12 aprile 1993
(Tempo di lettura: 17 minuti e 56 sec)
TW: violenza domestica; PTSD
Starbright Beach, Los Angeles, California
La sagoma della casa si stagliava di fronte a lei. Amanda non la ricordava così grande, era un’immagine familiare e sconosciuta al tempo stesso, e la sua sola visione bastò a scatenare nel suo cuore un miscuglio di emozioni negative e positive. Non avrebbe saputo dire quali prevalessero.
Ripensò alla notte in cui Jeff l’aveva portata sollevandola tra le braccia oltre la soglia dell’appartamento in cui avevano abitato negli ultimi cinque anni, dicendole: “Benvenuta a casa, signora McMahon”. Indossavano ancora gli abiti del matrimonio. Strinse le palpebre. Le sembrava quasi di sentire la sua voce, il suo odore di dopobarba sulla pelle. Le sue mani tra i capelli. “Dio, quanto ti amo”.
– Ames, tutto bene?
Sua sorella le appoggiò una mano sulla spalla, riportandola al presente. Lene la scrutava con un’espressione preoccupata. Sullo zigomo sinistro un piccolo taglio tardava a rimarginarsi. Era stato lui a procurarglielo. Amanda strinse più forte la bambina che aveva in braccio, d’istinto. Appoggiò le labbra sulla sua testolina piena di capelli castani. L’odore di talco attenuò l’ondata di dolore che le aveva colpito il petto.
– Brutti pensieri? – domandò Lene e lei annuì.
Tornò a guardare la casa. L’erba del prato era molto curata. C’era una graziosa cassetta per le lettere bianca, sulla quale era inciso a caratteri eleganti “Famiglia Van Doorn”.
Lene la superò, in mano un mazzo di chiavi. – Non venivo qui da dieci anni. È sempre tutto uguale, non trovi?
– Già – rispose Amanda, con una certa fatica. Era come se fosse avvolta da uno strano torpore.
La villa era bianca, il tetto di un bel marroncino splendente, così come il numero 4 affisso alla destra della porta. Sui due piani si aprivano grandi finestre. Nonno Bas era stato un amante delle finestre ampie. Secondo lui, una casa aveva bisogno di tantissima luce. Sul lato sinistro, al di là delle tende scostate, si intravedevano le pareti gialline della cucina attraverso i vetri. Una lunga siepe separava il lato anteriore dal giardino sul retro. Sulla destra, il garage con la serranda abbassata. Da bambina, aveva sempre pensato di vedere una faccia di orco composta dalle due maniglie speculari su quell’apertura, che ne rappresentavano gli occhi, e una bocca proprio in basso al centro, in cui infilare le chiavi.
Si chiese se la sua vecchia bici fosse ancora là dentro, avrebbe controllato.
Sua sorella avanzò lungo il vialetto, coi i capelli corti fino alla spalla che si muovevano in onde ramate. Sotto il sole primaverile, brillavano di riflessi luminosi. Le chiavi tintinnavano, ed era come se accompagnassero la sua marcia verso la porta.
– Dovresti essere tu ad aprire, sai? Questo è l’inizio ufficiale della tua nuova vita.
Continuando a tenere al petto la bambina con un braccio, Amanda utilizzò la mano libera per prendere le chiavi che l’altra donna le stava allungando.
– È quella con su scritto “porta principale” – suggerì Lene.
Lesse la scritta. Scelse la chiave. Si voltò a guardare suo figlio che camminava mano nella mano con i nonni, e stava raccontando loro di quant’era stato bello il suo primo viaggio in aereo. Gli avevano offerto noccioline e una grossa soda, e un’assistente di viaggio gli aveva detto che i suoi disegni erano bellissimi.
Amanda prese un respiro profondo e ruotò la chiave. Seguirono un sonoro clic, e un piccolo scatto. La porta si aprì docile, mostrandole il lungo corridoio, vuoto.
– Pa’, dov’è tutta la roba dei nonni? – chiese Lene, una volta dentro, all’uomo che si avvicinava insieme al resto della famiglia.
– Non c’è più. Questa adesso è la casa di Amanda. È giusto che sia lei a riempirla come meglio crede.
– Hai tolto la regina dal muro, pazzesco! – Lene scoppiò a ridere.
I loro nonni avevano affisso proprio all’ingresso un’enorme gigantografia della regina Juliana dei Paesi Bassi. Amanda pensò che le sarebbe piaciuto riempire quella parete con tante foto, un domani. Sentì che la bimba si muoveva, tra le sue braccia, ma continuava a dormire. Lei varcò l’uscio. Un passo. Due. Aveva superato una nuova soglia. E stavolta lui non c’era.
– Vieni, Adrian, voglio mostrarti il salone – disse suo padre, e si avviò col bambino sulla destra. Un enorme sala dalle pareti azzurrine occupava un’intera ala della casa.
Adrian restò estasiato da quella visione, e si lanciò a correre nello stanzone tanto vasto. I suoi passi rimbombavano nell’ambiente. Tac, tac, tac. Colpi sul pavimento di marmo chiaro. Le pareti alte e il soffitto bianco gli sembrarono quelli di una grotta di ghiaccio.
– Nonno! Facciamo che io ero un eroe e ti dovevo sconfiggere?
– Certo, campione – rise lui, mentre il bambino assumeva i comportamenti di un guerriero. L’uomo fece in modo di mutare la sua voce, che uscì cavernosa: – Qual è il tuo nome, straniero?
– Io sono Adrian il Valoroso! E ti sconfiggerò, mostro del ghiaccio!
Il nonno si difese dai colpi di una spada immaginaria, mentre suo nipote cercava di simulare i suoni di una feroce battaglia. Jeroen Van Doorn, dopo qualche minuto di sofferta lotta, accettò la sconfitta con grande onore, poiché non poteva certo vincere contro Adrian il Valoroso. Prese il nipote tra le braccia e lo sollevò. – Allora, ti piace la tua nuova casa?
– È gigantissima!
– Sì, è molto grande – confermò l’uomo, guardandosi intorno. – Sai, quando ero bambino, anche io vivevo qui con i miei genitori.
Il piccolo Adrian lo guardò, sbalordito. – Davvero?
– Davvero – disse lui, e Adrian si avvicinò per sussurrargli qualcosa all’orecchio. Amanda sentì che chiedeva: – E hai mai trovato dei tesori nascosti?
– Purtroppo no, ma potremmo cercarli insieme, che ne dici?
– Evvai! – esclamò il bambino. – Oh, mamma! Questa casa è super mitica!
– Sai che c’è anche un grande giardino sul retro? Va’ a vedere, ti accompagnerà la nonna – suggerì il nonno, e il bambino sembrò fuori di sé dalla gioia. Jeroen lo rimise a terra, e il piccolo sgambettò fuori per vedere coi suoi stessi occhi quanto fosse meraviglioso il giardino di cui aveva appena scoperto l’esistenza. La giovane donna guardò suo figlio allontanarsi. Il padre le andò vicino, indicandogli la bambina. – Vuoi darla un po’ a me?
– No, va bene così – rispose lei, accarezzando i capelli della piccola.
– Hai bisogno di riposare.
Con riluttanza, Amanda gli passò la figlioletta. Nel movimento, la bimba si svegliò. E si guardò attorno, incuriosita. Aveva aperto per la prima volta gli occhi nella sua nuova casa, ed era circondata di azzurro.
La villa al numero 4 di White Roses Road, che tutto il vicinato chiamava ancora “La vecchia villa Van Doorn”, era rimasta senza inquilini da quando Janneke Van Doorn, madre di Jeroen, era deceduta. Il figlio Jeroen era stato restio a venderla, e col senno di poi, fu felice di non averlo fatto. Lui e Phyllis ci erano tornati spesso nei periodi estivi, per tagliare l’erba e godersi mare e spiaggia, ma la casa era talmente grande e bella che utilizzarla solo per le vacanze gli era sempre sembrato uno spreco. Quando Amanda, all’inizio dell’anno, aveva manifestato il desiderio di lasciare New York e ricominciare da zero la sua vita, quella di regalare la casa a sua figlia gli era sembrata la soluzione più brillante.
Erano ancora nel vecchio appartamento di Amanda, e lui e sua moglie non erano più andati via dalla notte in cui Jeff aveva aggredito Lene.
– Restare qui è troppo pericoloso – aveva sentenziato Lene, il volto livido in seguito allo scontro avvenuto poche settimane prima.
Amanda era silenziosa, pallida. I suoi capelli rosso fuoco contrastavano quasi spettralmente con la sua figura. Vedere la sua bambina ridotta in quello stato gli aveva spezzato il cuore.
– Dovresti venire con, ad Hartford.
– No – aveva risposto Amanda, stringendosi di più nel grosso maglione di lana che indossava.
– Ma perché no? Puoi venire a stare da me e Quinn, o da mamma e papà, e potremmo proteggerti!
– E rischiare di vederti morta, la prossima volta? – aveva chiesto lei, con la voce rotta. – Non voglio che ti aggredisca di nuovo, non potrei sopportarlo.
Lene aveva battuto la mano sul tavolo, irritata. – Ti stai davvero colpevolizzando per quello che ha fatto quel pezzo di merda?
– Quel pezzo di merda è mio marito. Sono io che ti ho esposto a un pericolo simile.
– Non è vero, Amanda – aveva detto lui. – Non puoi colpevolizzarti per quello che ha fatto Jeff.
Sua moglie Phyllis era chiusa in camera con i bambini, tentava di farli riposare. Erano ancora troppo spaventati e scossi, per dormire da soli. Fissò gli occhi in quelli della figlia e disse quello che doveva: – Perché non vai a Starbright Beach?
– Papà, sei impazzito? Fin laggiù? – Lene aveva sgranato gli occhi, incredula. – In quella trappola per topi?
– Non è una trappola per topi, è la città in cui sono nato e cresciuto.
– Papà… – aveva mormorato Amanda, incerta.
– Potresti trasferiti nella vecchia casa dei nonni.
– Io… non saprei. Come farei col mio lavoro?
– La tua azienda non ha anche una sede a Los Angeles?
– Sì… sì, ce l’ha – aveva risposto lei.
– Starbright Beach è a meno di cinquanta minuti da Los Angeles, è sul mare. Senza contare a quanto spazio avreste a disposizione, rispetto a questo appartamento striminzito.
Amanda Van Doorn era nata e cresciuta a Hartford. A diciannove anni si era trasferita a New York per studiare e lavorare. Nella sua vita aveva abitato in due città decisamente più grandi e più popolate, mentre Starbright Beach era piccola, contava poco più di ventimila abitanti, e secondo sua sorella Lene era troppo calda, in qualsiasi periodo dell’anno.
Lene non amava molto la California e, a differenza sua, non avrebbe mai potuto abbandonare le temperature del New England, ma Amanda, invece, aveva sempre adorato la vecchia casa dei nonni. Era un luogo in cui era stata felice, spensierata. Magari un po’ di spensieratezza avrebbe potuto aiutarla davvero, ora che si sentiva troppo più vecchia dei suoi 28 anni. E adesso era lì.
All’improvviso, il ricordo del volto di sua sorella, tumefatto e livido la colpì. Sentì rimbombare nella testa le urla di Adrian. Le mancò il fiato. Guardò terrorizzata la bambina e incontrò i suoi occhi verdi.
– Amanda, cosa c’è? – chiese suo padre, allarmato.
Le labbra della ragazza tremarono. – Papà, ti prego, ridammela.
Riprese la piccola, mentre le lacrime cominciavano a scivolarle sul viso. Suo padre abbracciò entrambe. – Va tutto bene, figlia mia.
La manina della bimba si avvicinò al viso di Amanda. – Mamma bua?
– Non è niente, amore – disse lei con la voce rotta. Respirò a fondo, cercando di calmarsi. – Ti piace la nuova casetta?
La piccola alzò la testa e sollevò le braccine. – Tutto blu!
– Be’, questo colore in realtà si chiama azzurro. È un po’ più chiaro del blu.
Lei annuì, per indicare che aveva capito.
– Azzurro – disse, con convinzione. Ripeteva spesso quello che diceva sua madre, cercando di imitarla al meglio delle sue capacità. Il nonno la guardò impressionato.
– Certo che parla davvero bene, per la sua età.
– Impariamo ogni giorno qualcosa di nuovo, vero?
– Nuovo! – gridò la bimba, allegra.
– Proprio così, qualcosa di nuovo – ripeté Lene. Era comparsa sulla porta e li guardava commossa.
Si asciugò velocemente una lacrima e portò le mani ai fianchi. – Adrian ha detto che vuole costruire un castello nel giardino. Pensavo doveste saperlo.
– Vedremo cosa si può fare – fece il nonno, ridendo.
– Mamma, giù! – suggerì la bambina, e lei la lasciò andare controvoglia.
I piedini si mossero sul pavimento mentre la piccola continuava a studiare l’ambiente circostante. I suoi passetti la portarono a esplorare l’intero piano e la madre la seguiva con lo sguardo. Si sforzò per non correrle dietro e riprenderla in braccio, ma sentiva il battito impazzito. Dalla sera in cui Jeff aveva fatto irruzione nell’appartamento e portato via la bambina, Amanda aveva sviluppato una terribile ansia all’idea di staccarsi da lei.
– Sta bene, Ames – sussurrò Lene, e lei fece un debole cenno d’assenso.
– Tesoro, perché non vai a stenderti un po’? – suggerì Jeroen, mentre Amanda controllava la bambina che adesso avanzava verso la cucina.
La sua camminata oscillava di tanto in tanto. Arrivò alla porta che dava sul giardino sul retro e provò a spingerla.
– Chiusa!
Amanda fece per avanzare, ma sua sorella la fermò. – Ci penso io, Ames. Tu vai di sopra e cerca di riposarti. Noi pensiamo a scaricare l’auto.
– I bambini… – mormorò lei. Suo padre le avvolse le spalle con un braccio.
– I bambini sono in ottime mani.
Non protestò. Si avviò alle scale, guardò Lene aprire la porta a sua figlia. La bimba uscì fuori, prendendo la mano della zia. Respirò a fondo e salì. C’erano quattro camere da letto, una matrimoniale e tre singole, tutte arredate, e un lussuoso bagno, più grande di quello che c’era al piano di sotto, tra il salone e il vecchio studio del nonno.
Entrò nella camera matrimoniale e si gettò sul letto. Afferrò il cuscino e chiuse gli occhi. Sentiva le risate dei bambini provenire dal giardino. Il suo respiro si regolarizzò. Poi si trovò a camminare per la casa, e vide sua nonna Janneke su una sedia a dondolo. Stringeva al petto un neonato. Di fronte a lei, un tavolo su cui fumava la sua solita tazza di tè pomeridiana, e un biscotto adagiato su un piattino.
– Oma, vuoi che apra le tende? È così buio qui dentro…
Ma lei pareva non averla sentita. Cullava il bambino, cantandogli una vecchia ninnananna olandese. La sua voce dolce intonava: “slaap, kindje slaap, daar buiten loopt een schaap, daar buiten loopt een bontekoe, het kindje doet zijn oogjens toe”. Era la canzone che cantava sempre a lei e sua sorella, per farle addormentare.
Provò un’immensa tristezza, guardando quella scena. Avanzò verso di loro, e la nonna alzò il viso rotondo. – Oma, wil je dat ik de gordijnen open doe?
Pensava che le avrebbe detto che il suo accento era sempre troppo americano, ma lei ignorò ancora una volta la sua domanda. I suoi occhi azzurri e penetranti erano fissi su sua nipote. Le sorrise, e le chiese perché stesse piangendo. Amanda si toccò il viso, e i suoi polpastrelli si bagnarono di lacrime. Si avvicinò di più, ma era come se fosse sempre troppo distante per avvicinarsi abbastanza. Non vide il viso del bambino. Era avvolto in una copertina, e sembrava tanto piccolo, fragile.
– Chi è questo bambino?
Ma nonna Janneke non rispose. Riprese con la sua ninnananna, come se volesse tranquillizzarlo, eppure lui non stava piangendo, anzi, a guardarlo meglio sembrava che il neonato non si muovesse affatto. Amanda allungò una mano, mentre la nonna sussurrava: “Alles komt goed. Niet huilen”.
Andrà tutto bene. Non piangere.
Aprì gli occhi e stentò a riconoscere le pareti della sua nuova camera da letto. Era calata una notte placida, e dal piano di sotto arrivava un allegro vociare, rumore di piatti e posate. Sentì profumo di pizza. Si alzò, stiracchiandosi piano. Per quante ore aveva dormito?
Andò in bagno e si lavò il viso. Si accorse che gli asciugamani erano già stati sistemati, probabilmente da sua madre. Scese al piano di sotto. La stanza era illuminata dalla luce del lampadario.
– Ce ne hai messo di tempo per svegliarti, eh? – la canzonò sua sorella, dando un morso a una fetta di pizza.
– Mamma! – disse Adrian, balzando dalla sedia e correndole in contro. Lei abbracciò forte suo figlio. – Guarda, nonno ha preso la pizza! Vieni, c’è la tua preferita!
La donna prese la mano del bambino e si avviarono alla tavola, sedendo uno di fianco all’altra. Amanda vide sua figlia seduta in un seggiolone, il musetto sporco di pappa.
– Ha voluto mangiare da sola, non c’è stato verso di farle cambiare idea. Un anno e mezzo, ed è già così testarda! – esclamò sua nonna, la bambina si girò a guardarla.
– Tessarda – disse la bimba, provando a imitarla.
– Testarda – la corresse Amanda, scandendo le parole, mentre le puliva la bocca con un tovagliolo.
– Che vuol dire testarda? – chiese Adrian, mentre sua madre gli porgeva un’altra fetta di pizza.
– Una persona testarda è una persona che vuole fare sempre di testa sua – spiegò Amanda, e suo figlio annuì.
– Come papà?
Tutti ammutolirono. Adrian morse la sua fetta di pizza, e provò a chiedere di nuovo: – Anche papà fa di testa sua, vero? Per questo ce ne siamo andati dalla vecchia casa.
Jeroen sospirò. – Sì, Adrian. Possiamo dire che anche il tuo papà è una persona testarda. Però in un modo diverso, rispetto alla tua sorellina.
– Le persone testarde come papà picchiano le altre persone?
Amanda ripensò al visino terrorizzato di suo figlio, quella maledetta sera. Quante ne aveva passate in soli cinque mesi, il suo povero bambino. Aveva assistito a suo padre che sfondava la porta di casa, picchiava sua zia, lasciandola svenuta col viso sanguinante. Si era nascosto sotto il letto, facendo silenzio. E l’aveva visto prendere la sua sorellina e portarla via. Come si spiega a un bambino una cosa del genere? Come si fa a guardarlo negli occhi e dirgli che suo padre è un uomo pericoloso, e per il suo bene, deve stare lontano da lui?
– Ade, sai… certe volte, i grandi si comportano molto male – disse Lene, e versò della cola per sé e per il bambino. Ad Amanda ricordò la scena di due vecchi amici, seduti al bar. – E fanno cose che non dovrebbero fare.
– Papà ti picchierà ancora? – chiese lui, preoccupato.
– Non mi picchierà mai più, non toccherà più nessuno di noi. Mi credi?
Lui annuì.
– Adrian… – mormorò la madre. – C’è qualche motivo per cui lo chiedi?
– No… è solo che adesso viviamo in un’altra casa.
La donna non capì subito cosa intendesse il bambino. Poi però riuscì a comprendere. – E ti senti più al sicuro, qui?
Lui annuì. – Non la porterà più via, vero?
Amanda si alzò e si inginocchiò di fronte ad Adrian. Accarezzò i suoi capelli lisci e castani, e poi il suo visino. – No, Ade.
– Io pensavo che… se succedeva qualcosa… era colpa mia.
Strinse forte suo figlio. – Non è mai colpa dei bambini, se gli adulti fanno cose brutte.
– Perché lui ha fatto male a zia Lene… e io…
– Non è stata colpa tua, Ade. Capito? – fece Lene, alzando il bicchiere di cola. – Cosa ti avevo detto, prima che papà entrasse in casa, ti ricordi?
– Nasconditi.
– E tu che hai fatto?
– Mi sono nascosto – rispose lui, e Lene gli fece l’occhiolino.
– Questo è il mio campione.
– Sei stato molto bravo, giovanotto – disse il nonno, e alle sue parole il bambino sembrò gonfiarsi di orgoglio.
– Papà non ci vuole più bene, vero, mamma?
Amanda ripensò alla faccia di suo marito il giorno in cui Adrian era venuto al mondo. Lo aveva sollevato e aveva detto che quello era il momento più bello della sua vita. Solo cinque anni prima. Ricordava il suo viso sorridente.
“Secondo te mi somiglia? Ha i miei occhi!”
Ripensò a quando avevano scoperto di aspettarlo. Lui inginocchiato di fronte a lei.
“Amanda, vuoi sposarmi?”.
La prima volta in cui l’aveva visto. Quel locale universitario, lui appoggiato al pianoforte, era bello, diabolico.
“Mac. Mi chiamo Mac. In realtà è il mio nome d’arte, mi fa sembrare uno tosto. Quando studio legge, invece, mi chiamo Jeff.”
Un mese dopo, stavano già insieme. E in un attimo tornò alla sera in cui Jeff aveva perso il lavoro. A quella in cui era tornato a casa ubriaco. A quella in cui la prima ragazza aveva chiamato per cercarlo, a tutte le altre. Lei mantenne un’espressione solida di fronte al bambino e appoggiò la fronte alla sua.
– Ade, certo che il tuo papà ti vuole bene.
– E allora perché ha fatto tutte quelle cose brutte? Perché lui non è venuto nella casa nuova?
– Be’, perché lui adesso è molto impegnato. Però ci sono io. E poi c’è zia Lene, e ci sono i tuoi nonni.
– Ma i nonni e zia Lene se ne vanno la settimana prossima – precisò lui, un po’ triste. Sua madre allontanò la fronte dalla sua e gli sorrise, incoraggiante.
– Vorrà dire che resteremo noi tre – Gli prese le mani, e il bimbo alzò il viso, guardando la donna negli occhi. – Anche così possiamo essere una famiglia, sai?
Lui annuì. – Io sono contento, mamma, se… se papà non viene più da noi.
– Tranquillo, Adrian. Non devi più avere paura di niente. La mamma ha tutto sotto controllo – disse Lene, scambiando un’occhiata con la sorella. – Tu hai una mamma davvero super.
– Sì, lei è la mamma migliore di tutto il mondo! – Il bambino si lanciò al collo della mamma, che gli baciò la guancia.
Adrian dormiva profondamente accanto a lei, ed era ormai notte fonda. La luce della luna illuminava la stanza con la sua luce pallida e bluastra. La manina della figlia si strinse attorno al suo dito. La guardò in viso e vide che era sveglia.
– Non riesci a dormire, eh? – bisbigliò, lei scosse la testa. – Le case nuove possono fare quest’effetto. Bisognerà abituarsi.
Le tornò in mente la ninnananna che aveva sognato proprio quel pomeriggio, quella di nonna Janneke. Iniziò a canticchiarla alla bambina, accarezzandola piano. Era talmente bella da sembrare una bambola. E le sue palpebre piano piano scivolarono in basso, chiudendo le sue finestre sul mondo.
Ripensò alle sensazioni provate non appena arrivata sul vialetto della villa, quella mattina. Sul momento non avrebbe saputo stabilire con precisione se dentro avesse avuto più felicità o tristezza, ma adesso lo sapeva. Suo figlio si era sentito di nuovo al sicuro dopo chissà quanto. Avrebbe fatto di tutto perché Adrian tornasse a essere sereno. E perché loro fossero sempre protetti.
Quel giorno, Amanda Van Doorn aveva varcato una nuova soglia. E lui non c’era. E sapeva che adesso erano veramente a casa. Baciò la fronte della bambina, che si era assopita.
– Buonanotte, Angel.
Dodici: La serie
Prima pubblicazione digitale 2021-2022 su www.amaliamarro.it
Prima edizione integrale digitale novembre 2023 Self-published
Nuova edizione digitale 2026 su www.amaliamarro.it
Editor: Gloria Macaluso
Immagine di copertina by Canva.com
nota dell’autrice:
Ciao,
questo racconto fa parte di una raccolta, composta da dodici episodi, che arriveranno su questo sito a cadenza mensile;
grazie per averlo letto!
A presto!


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