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Come si dice “amore”? (이 사랑 통역 되나요?, I sarang tongyeok doenayo?) è una serie Netflix sudcoreana, trasmessa a partire dal 16 gennaio 2026, con protagonisti Kim Seon-ho e Go Youn-jung. Questa settimana l’ho finita e oggi vi dico che cosa ne penso.

Di che parla Come si dice “amore”?

Joo Ho-jin fa l’interprete e parla fluentemente, oltre al coreano, che è la sua lingua madre, cinese, giapponese, inglese, spagnolo, francese e italiano. È un tipo molto rigido e serio, e nell’ambiente delle traduzioni lo conoscono molto bene per le sue eccezionali capacità linguistiche.

Incontra per la prima volta l’attrice sconosciuta Cha Mu-hee mentre entrambi sono in Giappone per rincorrere amori impossibili: Ho-jin è innamorato disperatamente della fidanzata di suo fratello e Mu-hee scopre di essere stata tradita dal suo fidanzato con un’altra donna con cui ha aperto un negozio di ramen. Da questo momento, le loro vite sono destinate a intrecciarsi.

Mu-hee diventerà, dopo una serie di circostanze straordinarie, un’attrice famosissima, senza neppure avere il tempo di rendersene conto, e Ho-jin, spesso, si ritroverà ad essere il suo interprete per gli incarichi e le interviste che la ragazza terrà in questa sua nuova vita sotto i riflettori.

Infatti, quando Mu-hee si unisce al reality show di incontri Romantic Trip, che la vede in viaggio verso il Canada e l’Italia, accompagnata dall’attore giapponese Hiro Kurosawa, Ho-jin viene assunto come loro interprete.

Rece senza spoiler:

Kim Seon-ho era stato anche il protagonista di Hometown Cha-Cha-Cha, serie molto bella che riusciva a riunire tematiche più profonde e dolorose alla leggerezza di una narrazione che deve, come da tradizione, esaurirsi in un solo ciclo di puntate (in alcuni casi, massimo due). Dato che il suo personaggio era stato molto ben scritto anche in quel caso, ammetto che se ho guardato Come si dice “amore”? è stato soprattutto per lui. Non mi sono sbagliata.

I temi toccati dalla serie, stavolta, sono stati emotivamente più impattanti. La narrazione a volte deve spingere (senza mai esagerare, però) sul dolore che i due protagonisti provano per i loro passati complicati, o, nel caso di Mu-hee, interpretata (benissimo, aggiungerei) da Go Youn-jung, invalidanti.

Se amate i k-drama ma anche le storie che esplorano molto a fondo la psicologia dei personaggi, ve la consiglio assolutamente.

Rece con gli spoiler:

Mi raccomando, saltate questa parte, se non volete rovinarvi la sorpresa!

La serie, che inizia come una qualunque rom-com, neanche troppo originale, all’improvviso diventa una specie di thriller psicologico. Non si trasforma mai in un minestrone melenso, però. E questo mi è piaciuto da morire. I due protagonisti sono bravissimi, soprattutto a portare la narrazione da un piano più semplice e superficiale, da tipica faccenda in cui si incontrano, hanno i problemi e alla fine si innamorano, a qualcosa di più complesso, denso, commovente.

Quando Mu-hee, tradita, attrice fallita e sconosciuta, torna in Corea dopo un fallimentare viaggio in Giappone per sorprendere il suo ex, interpreta la protagonista di un film horror destinato a restare nel dimenticatoio. Il budget è basso, ma lei dà tutta sé stessa per il suo lavoro. L’impalcatura che doveva reggerla, mentre si lanciava da un tetto, cede per i materiali scadenti e lei precipita al suolo. L’incidente è orribile e la ragazza perde conoscenza per sei mesi.

Al suo risveglio, scopre di essere diventata famosa come Do Ra-mi, il nome della regina degli zombie di cui aveva indossato le vesti per il film che l’aveva quasi uccisa.

Ma Do Ra-mi diventa anche un fantasma che appare nei momenti in cui Mu-hee si sente sopraffatta e stanca. E così, vediamo la ragazza rifugiarsi in Do Ra-mi sempre più spesso, fino a quando capiamo che Do Ra-mi non è un semplice fantasma: Mu-hee soffre di disturbo dissociativo d’identità.

La personalità di Do Ra-mi, che interviene quando Mu-hee cede, è più forte, più spietata. Il suo compito però è quello di proteggere Mu-hee non solo dalle pressioni della sua vita quotidiana, ma anche e soprattutto dai fantasmi di un passato tragico e terribile. Un passato di sangue, dolore, mancanza di amore e abusi emotivi su una bambina innocente.

Il momento in cui tutto il personaggio di Mu-hee si svela in tutta la sua complessità è bellissimo.

Il personaggio è scritto davvero bene, e per questo anche se i protagonisti sono due, è Mu-hee che prevale. Ho-jin, però, è un ottimo co-protagonista. Spesso, il suo rigore eccessivo diventa fastidioso, ma è così che deve risultare. La sua personalità così dura e impenetrabile contrasta con la luce di Mu-hee, che invece cerca di avvicinarsi a lui, fino a quando Do Ra-mi decide che è ora di troncare.

Tutto ciò che Mu-hee e Ho-jin vorrebbero è un lungo attimo di felicità. Riusciranno a trovarlo?

Di quante puntate parliamo?

12 episodi in totale, di circa 50/70 minuti.

Dove si può guardare?

Su Netflix!

Tu l’hai vista?

Se la risposta è sì, o se la guarderai più avanti, fammi sapere cosa ne pensi che sono curiosa.

 

Se hai letto questa recensione, grazie!

Io sono Ama e questa è RecensiAma – Serie Tv, la rubrica in cui parlo delle serie tv che ho visto ultimamente.

Spin-off della serie Tutte le volte che ho scritto ti amo, con protagonista il personaggio di Lara Jean Song Covey, XO, Kitty esplora il viaggio della sorella minore Kitty alla ricerca dell’amore e delle origini materne nella Corea del Sud. Le prime due stagioni sono disponibili su Netflix, e una terza è stata annunciata per il 2 aprile. Ma ne avevamo davvero bisogno?

Premessa:

Lo dico senza vergogna: io adoro una buona serie tv che abbia delle rom-com vibes come si deve. Per questo avevo amato Tutte le volte che ho scritto ti amo, quando mi è capitato di guardarlo qualche anno fa. Con protagonista Lara Jean Song Covey (interpretata da Lana Condor), un’adolescente americana di origini coreane per parte di madre, deceduta quando lei era piccola, la storia racconta la relazione prima finta, poi reale, tra Lara Jean e Peter Kavinsky (interpretato da Noah Centineo), un ragazzo a cui, in un impeto di emozioni confuse e pazze, aveva scritto una lettera d’amore anni prima. Peccato che quelle lettere fossero un segreto… e allora, come sono venute fuori, per essere poi consegnate ai loro destinatari? Semplice: c’è stato lo zampino della sorellina di Lara Jean, Kitty, che si autoproclama una “match-maker”.

Di che parla XO, Kitty?

Kitty Song Covey, dicevo, si autoproclama una “match-maker”, cioè una che le coppie le crea perché durino e funzionino bene. Ed è convinta di essersi assicurata anche personalmente il miglior match possibile perché, durante un viaggio a Seoul con la famiglia, incontra Dae (interpretato da Choi Min-yeong). I due si prendono una bella cotta l’uno per l’altra e, quattro anni dopo, quando ha sedici anni, Kitty decide di fargli una sorpresa: andrà a studiare per un anno nella sua stessa scuola, a Seoul, per poter finalmente vivere quella relazione a distanza mai davvero iniziata.

È così che inizia XO, Kitty, lo spin-off dedicato alla vita della ragazzina (interpretata da Anna Cathcart). Kitty riesce nel primo punto del suo piano: in Corea del Sud ci arriva davvero. Non solo per Dae, ma anche, dice, per scoprire qualcosa di più su sua madre, che non può ricordare perché è morta quando lei aveva solo tre anni.

Le cose però non vanno affatto come previsto. Quando Kitty incontra Dae, scopre una cosa terribile: lui ha già una fidanzata. Noi spettatori scopriamo subito che è un finto fidanzamento, ma da lì tutto si complica in modi assurdi, a volte anche divertenti, e la vita di Kitty si stravolge completamente.

Veniamo alla rece.

Ora inizia la parte con gli spoiler, quindi lo scrivo in maiuscolo: ATTENZIONE SPOILER!, e che nessuno venga a lamentarsi.

Quello che inizialmente ha l’aria di essere uno pseudo-triangolo amoroso tra Kitty, Dae e la sua finta fidanzata Yuri (interpretata da Gia Kim), influencer ricchissima che nasconde la propria omosessualità alla famiglia, si trasforma in un vero triangolo quando Kitty scopre di provare dei sentimenti proprio per Yuri. Nel frattempo, anche Min-Ho (interpretato da Sang Heon Lee), migliore amico di Dae e inizialmente ostile a Kitty, finisce per innamorarsi di lei.

Un bel bordello, plausibilissimo in un ambiente ristretto con tanti piccoli umani che passano dall’essere bambini a qualcosa di più “adulto”.

La storia è molto carina, secondo me. Quello che non funziona è proprio la scrittura del personaggio di Kitty. Senza contare che Yuri è veramente insopportabile.

Mi spiego meglio:

Ho apprezzato tantissimo la storia di come Yuri arrivi a scegliere di esporsi in un mondo complesso e non esattamente gay-friendly, soprattutto considerando il contesto sociale sudcoreano, ancora piuttosto conservatore su questi temi, ma il suo personaggio, nel concreto, non mi piace. Preferisco di gran lunga quello di Juliana, la sua fidanzata segreta, che quantomeno non agisce come una rimbambita.

Yuri e Kitty sono due personaggi senza chimica, senza scintilla. Diventano amiche, ma non si capisce bene perché. Si invaghiscono l’una dell’altra perché, boh? A entrambe piacciono le ragazze? Non ci sono altre vere motivazioni, e questo per esempio è il motivo principale per cui a me non è piaciuta proprio neanche la loro coppia, evolutasi da questa “amicizia” che già non aveva senso in partenza.

Q., il migliore amico di Kitty, interpretato da Anthony Keyvan, è un altro bellissimo personaggio: atleta, queer, costruito apposta per piacere, tanto che in un dialogo viene anche detta una roba del tipo “Io piaccio a tutti”, ed è vero. Q. è l’unico con un cervello che gli funziona, a quanto pare. Anche lui vive un conflitto quando il suo ragazzo Florian compie un gesto che va in contrasto coi suoi valori, ma il modo in cui reagisce è, quantomeno, sensato.

Purtroppo, quello che fa Kitty è innamorarsi ogni tre-quattro puntate di una persona diversa, che a sedici-diciassette anni forse si può anche comprendere, ma figlia mia, prenditi cinque minuti per pensare a te stessa, te ne prego.

Comunque è una bella cosa che la protagonista di una serie sia bisessuale, perché diciamoci la verità: non è una rappresentazione così frequente, soprattutto in prodotti teen mainstream. E quando c’è, spesso è trattata in modo superficiale: qui almeno il tentativo di raccontare la confusione identitaria c’è, anche se non sempre è scritto benissimo.

Non voglio anticipare troppe cose, se magari hai letto comunque senza considerare il mio disclaimer anti-spoiler in capslock e ti verrà voglia di guardarlo (perché sì, lo consiglio comunque), però ora arriva la parte “meh”.

Ecco la parte “meh”…

Per tutta una serie di indizi, tra cui il primo vero incontro con Min-Ho, la sua evoluzione e l’effettiva chimica tra i due, nell’ultima puntata della seconda stagione Kitty capisce di amare Min-Ho, che la ricambia.

I due si ritrovano a partire insieme per una vacanza di lusso con la famiglia miliardaria di lui (che Kitty ha contribuito a ricongiungere), senza nemmeno una vera dichiarazione prima.

Peccato che nel frattempo Yuri sia tornata single dopo l’ennesimo tira e molla con Juliana, che a un certo punto, giustamente, si è stufata del suo comportamento e si è rifatta una vita. Il fatto che Yuri sia tornata single non lascia presagire niente di buono. O meglio: niente di sensato, perché Kitty sicuramente ricomincerà a fare cose illogiche e snervanti.

E per questo, secondo me, una terza stagione non serviva proprio. Soprattutto perché la serie strizza l’occhio ai K-drama, e sappiamo che i K-drama raramente superano una stagione (se già due sono un’eccezione, figuriamoci tre). Di solito, una basta perché racconta una storia compiuta, senza allungare il brodo inutilmente.

XO, Kitty però non è un K-drama vero e proprio, ma un prodotto occidentale ambientato in Corea, con dinamiche e ritmi molto più “serializzati”. Quindi sì, una terza stagione forse era quasi inevitabile, ma secondo me, resta comunque di troppo. Vedremo come andrà. Io sono pronta a ricredermi, ma, onestamente, parto con aspettative piuttosto basse.

Di quante puntate parliamo?

18 episodi in totale, di circa 25/35 minuti.

Dove si può guardare?

Su Netflix!

Tu l’hai vista?

Se la risposta è sì, o se la guarderai più avanti, fammi sapere cosa ne pensi che sono curiosa.

 

Se hai letto questa recensione, grazie!

Io sono Ama e questa è RecensiAma – Serie Tv, la rubrica in cui parlo delle serie tv che ho visto ultimamente.

Ho recuperato, dopo non so quanto tempo, tutta la prima stagione di Nobody Wants This, la serie rom-com pubblicata su Netflix lo scorso settembre con Kristen Bell e Adam Brody nei ruoli dei protagonisti. Fattore scioccante: non sono due rimbambiti vittime della cattiva comunicazione.

La mia amica Alice ha visto questa serie praticamente appena è uscita, e la consigliava caldamente, dicendo che avrei potuto apprezzarla anch’io. Ieri, questa cosa è successa. Naturalmente, ho fatto binge-watching. D’altronde, con le serie, o così o niente. È un mio piccolo piacere personale sapere subito “cosa succede dopo”. Comunque, ieri avevo un pomeriggio libero e quindi l’ho dedicato tutto a Nobody Wants This.

Di che si tratta?

Nobody Wants This è una serie rom-com statunitense, creata da Erin Foster (Cheryl di Gilmore Girls) con Kristen Bell (Veronica Mars, The Good Place, etc) e Adam Brody (Seth di The O.C.) nei ruoli di una podcaster agnostica che gestisce, insieme alla sorella, uno show spregiudicato e vietato ai minori sulle relazioni e sugli appuntamenti dagli esiti strampalati, e di un giovane rabbino proveniente da una famiglia soffocante e tradizionalista, col sogno di gestire una sinagoga.

Premesse

Joanne e Noah si incontrano a casa di un’amica comune. Scoppia una scintilla appena i loro sguardi si incrociano. Ma Noah ha da poco lasciato la sua fidanzata Rebecca, con la quale è stato per tre anni, proprio mentre erano sul punto di passare allo status engaged-to-be-married. E Joanne… beh, si dà il caso che abbia preso la decisione di non buttarsi in situazioni complicate. E anzi, è alla ricerca della prima relazione sana della sua vita. Però, c’è poco da fare, e i due si attraggono senza possibilità di scampo. Fin qui, classica storia da commedia romantica. Noah è secondo rabbino nella sinagoga della sua comunità, viene da una famiglia ebraica molto tradizionalista che prende malissimo la sua rottura con Rebecca. Joanne viene da una famiglia dove i genitori sono separati perché il padre ha scoperto di essere gay e la madre cerca di essere di supporto a tutti, e la sorella Morgan è una versione buona di Sharpay Evans: biondissima, se serve velenosa e senza peli sulla lingua. Joanne e Morgan gestiscono un podcast in ascesa in cui le sorelle, a volte invitando degli ospiti, parlano di sesso, relazioni e disagi a cui si va incontro in queste due aree, soprattutto nell’era attuale dominata da app e incontri improbabili. Ed è così che inizia la nostra storia.

Che succede, poi?

I due mondi, in apparenza inconciliabili, vengono piano piano ad amalgamarsi. Noah e Joanne trovano un modo per far funzionare le cose, anche se la famiglia di lui si oppone con decisione alla storia d’amore. Il fatto che lei non sia ebrea è un problema insormontabile. Joanne però riesce piano piano a conquistare tutti, persino Esther, la moglie del fratello di Noah, che si rivela un osso durissimo. Ci sono persino tentativi effettivi di sabotaggio della relazione da parte di agenti esterni, ma questi non vanno mai in porto. Perché?

I protagonisti non sono due rimbambiti!

Esattamente questo, ed è questo che rende la serie così godibile. Joanne e Noah parlano. Come dovrebbero fare tutte le coppie delle rom-com che si lasciano senza ragione, e poi tornano insieme per motivi improbabili. I due protagonisti qui sono onesti e maturi. Entrambi hanno a cuore la relazione, la felicità dell’altro, e vogliono che questa cosa tra loro funzioni. Ci sono delle complicazioni oggettive, ma cercano di affrontarle insieme. Prodotto veramente molto molto carino, consiglio assolutamente se vi piacciono le rom-com e… i personaggi che non siano rimbambiti.

Di quante puntate parliamo?

10 puntate di circa 20/25 minuti.

Dove si può guardare?

Su Netflix! A ottobre 2025 uscirà anche la seconda stagione.

 

Io sono Ama e questa è RecensiAma – Serie Tv, la rubrica in cui parlo delle serie tv che ho visto ultimamente.