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(Tempo di lettura: 20min 41sec)

10 agosto 2019,

Starbright Beach, Los Angeles, California

Sollevò per l’ultima volta il manubrio con il braccio destro. Prese fiato, e si passò una mano sulla fronte per scacciarne il sudore. Gli altoparlanti continuavano a ripetere da ore un’unica playlist in cui si alternavano, tra le altre tracce, Eye Of The Tiger dei Survivor e Numb/Encore dei Linkin Park e Jay Z, in un ciclo continuo che giunto alla quarta volta gli era diventato insopportabile.

Evitò di incrociare lo sguardo della donna sull’ellisse a pochi passi da lui. Si era accorto delle sue occhiate furtive, ma decise che le avrebbe ignorate. Mise a posto il peso, e poi si avviò al tappeto, saltandoci sopra. Impostò la pendenza e la velocità. Si trovò a correre, senza neppure rifletterci su. Il display segnava già cinque minuti quando si accorse che era in movimento. Allenarsi era diventata un’attività automatica. Cervello spento. Inspirò. Espirò. Aumentò la velocità. Aria dentro. Aria fuori.

– Hey, Johnson, stai cercando di battere qualche record? – La donna dell’ellisse si chiamava Amber, avevano scambiato poche chiacchiere tra una serie di flessioni e l’altra, negli ultimi tempi. Si era avvicinata al tapis roulant, appoggiandosi al bracciolo del macchinario. Lui correva così forte che non riuscì a rispondere, si limitò a sorriderle. Lei arrossì, abbassando lo sguardo.  – Ehm… senti, dopo vorrei parlarti di una cosa.

Annuì per indicare che andava bene.

– D’accordo, allora a più tardi.

La donna se ne andò, lasciandolo alla sua corsa. Mezz’ora più tardi era sfinito. Si gettò sulle spalle l’asciugamano e andò a farsi una doccia. Quando uscì fuori, la trovò seduta su una panchina, aspettava che uscisse. Non appena lo vide, si alzò e lo raggiunse, sulle spalle il borsone da ginnastica.

– Ciao, Amber. Cosa volevi dirmi? – chiese lui, cordiale.

Lei arrossì, come prima nella sala attrezzi, evitando di guardarlo negli occhi.

– Ecco… be’, volevo chiederti se ti andava di uscire con me, una di queste sere.

Aveva immaginato si trattasse di qualcosa del genere. Ormai aveva imparato a riconoscere quello sguardo. E proprio perché lo conosceva, provava sempre a evitarlo. Scosse la testa.

– Mi dispiace, non credo sia possibile.

– Oh… – fece lei, sorpresa. – Sei impegnato, forse?

– Intendi se sono single? – scosse la testa. – In quel caso, sì. Ma la verità è che in questo periodo preferisco restare da solo. Non sono molto interessato alle relazioni.

– Capisco.

– Ti ringrazio davvero per la proposta – La salutò e si avviò alla sua auto.

Amber era molto graziosa, e forse, se gliel’avesse chiesto solo qualche settimana prima, la sua risposta sarebbe stata diversa. Lanciò il suo zaino con gli abiti usati sul sedile posteriore, mise in moto e si avviò a casa.

Quella di passare le ultime ore del giorno davanti al pc, per Ray Johnson era diventata un’abitudine fissa. Riguardava sempre gli stessi video e le stesse fotografie finché gli occhi non diventavano troppo stanchi, ed era praticamente costretto ad andare a dormire.

– Ray, inquadra questi… ho fatto i biscotti!

– Sai che sono bruciati, vero?

– Shh! Non dirlo davanti alla telecamera. Pensi che la glassa colorata possa nascondere i bordi anneriti?

– Possiamo provarci, se ti piace il carbone zuccherato.

– Non manderai questo video a mia madre e Chris, vero?

– Oh, invece è proprio quello che farò. Vuoi dire qualcosa ai tuoi genitori, che ti hanno appena visto brutalizzare dell’ottimo impasto alla vaniglia?

– Okay. Ehm… i biscotti non sono il mio forte, come potete vedere. La prossima volta vi mostrerò dei pancake, quelli li faccio davvero molto bene. Mi mancate tanto, e non vedo l’ora di riabbracciarvi! Buon Natale! Adesso spegni quella cosa, e aiutami a pulire questo macello.

Lo infastidì sentir ridere la versione passata di sé, e ancora di più il ricordo del fumo acre, della carta da forno incenerita che si sbriciolava tra le mani. Poteva quasi sentire quei pezzetti scricchiolare sotto le sue dita. Avevano aperto le finestre dell’appartamento per arieggiare, e un freddo pungente aveva invaso la cucina. Lei era scappata a prendere una coperta e ci si era avvolta dentro. Spuntava fuori solo il suo viso.

Si versò un bicchiere di scotch, poi scorse i file nella cartella e selezionò il video successivo, mentre sorseggiava il liquido ambrato.

Nell’anteprima, c’era lei, contro la parete di casa di Michelle. Cliccò la freccetta del tasto play e partì un suono distorto di musica fortissima. Lei stringeva gli occhi. Gli fece cenno di seguirla, e la scena si spostò nel bagno. Il rumore si attenuò parecchio, una volta chiusa la porta, e sospirò.

– Ray, stai davvero facendo un video? Vuoi davvero avere un ricordo eterno di questa serata?

– È la notte di Capodanno, amore – rispose la sua voce fuori campo.

– Non conosco quasi nessuno. Perché siamo qui?

– Perché Michelle è nostra amica. E aveva detto che avrebbe trascorso la notte da sola.

– Già, ma come vedi era soltanto una scusa per costringerci a venire. Questa festa è orrenda, sono tutti ubriachi, e io mi annoio a morte.

– Be’, tra un po’ mi ubriacherò anch’io, per te va bene?

– Oh, Ray… volevamo restare a casa a mangiare schifezze e guardare Star Wars per tutta la notte… perché cavolo ci siamo lasciati convincere?

– Facciamo così, l’anno prossimo, cascasse il mondo, rimarremo da soli e realizzeremo il nostro Capodanno ideale.

– Lo prometti?

Spense il computer prima di vederla allungare una mano verso l’obiettivo e inquadrare lui, per poi riprendere entrambi, mentre gli baciava una guancia e continuava a scherzare.

Il caldo asfissiante di agosto e l’alcol bevuto poco prima lo fecero sentire intorpidito. Andò in camera da letto, e si gettò sul materasso, ancora vestito. Appoggiò la testa al cuscino, chiuse gli occhi, e all’improvviso sentì le fusa di Hermione vicino all’orecchio.

– La tua ciotola è già piena.

La gatta miagolò con forza e lui aprì gli occhi, ritrovandosi di fronte il musetto dai lunghi baffi e due grandi occhi arancioni che lo scrutavano.

– Che cosa c’è?

Si acciambellò sul suo petto, la lunga coda gonfia e rossa gli finì sul viso, sputò qualche pelo, scostandola con la mano.

– Di’ un po’, hai intenzione di soffocarmi?

Sedette a mezzo busto, e lei lo fronteggiò, con cipiglio severo.

– Non essere preoccupata per me, sono solo triste – Le accarezzò la testolina soffice, e lei ricominciò a fare le fusa. Il suo cellulare sul comodino squillò. Lo afferrò e rispose, grattando dietro l’orecchio di Hermione. – Pronto?

– Che fai?

– Ciao, Sean – disse lui, mentre la gatta iniziava a rotolare accanto a lui per giocare.

– A quale attività completamente sana ti stai dedicando, stasera? Riguardare fino alla nausea i video di Angel o parlare col gatto?

– Hermione è una gatta – corresse. – E noi non ci limitiamo a chiacchiere convenzionali, discutiamo di complessi argomenti filosofici.

– Prima o poi distruggerò la memoria del tuo pc e rapirò Hermione.

– Volevi dirmi qualcosa? – chiese, distrattamente, mentre evitava che le zampe della gatta lo afferrassero.

– In realtà volevo presentarti qualcuno. Si chiama Kimberly, ha ventinove anni, è molto carina, e lavora con Wayne. Considerati invitato a cena, domani sera. Così la conoscerai.

– Sean, pensavo di essere stato chiaro – disse lui, sospirando.

– Sì, sei stato chiaro, ma io mi rifiuto di assecondare questa scemenza.

– Non è una scemenza. È davvero quello che voglio.

– Quindi, praticamente, diventerai un monaco, giusto?

– No, non diventerò un monaco. Ma non voglio avere contatti con il genere femminile, ho chiuso con le donne.

– Senti, se fossi asessuale, non mi darei tanta pena. Ma tu stai stravolgendo la tua identità, i tuoi bisogni, e per quale motivo?

– Te l’ho già spiegato.

– E immagino sia stato terribile, però può succedere di pensare ad altro in quei momenti, a volte anche a me scappa l’occhio sulla tv.

– Sean, io non ho pensato ad altro, ho immaginato di stare con Angel mentre ero con un’altra. È stato agghiacciante, e non voglio provare mai più quella sensazione. Basta col sesso occasionale, non fa per me.

– E allora trovati una ragazza stabile.

– Non se ne parla.

– Ma perché sei così ostinato?

Hermione saltò giù dal letto, e sparì dietro un angolo, dopo un attimo la sentì masticare rumorosamente i suoi croccantini.

– Insomma, lei se n’è andata da anni, tu non l’hai più vista, né sentita. Perché ti rifiuti di ricominciare? Trova un’altra, innamorati daccapo, datti una possibilità per essere felice.

– Non voglio guardare in faccia una ragazza e pensare che non le somigli abbastanza. O che le somigli troppo. Non voglio usare le persone, e non voglio paragonare tutte a lei.

– Infatti, non sto dicendo che devi paragonare tutte a lei, sto dicendo che devi dimenticartela.

Ray sorrise, amaramente. – Dimenticarmi dell’amore della mia vita, eh? Una missione semplice.

– E allora vuoi continuare a vivere in questo lutto per sempre?

– Non per sempre, ma fino a quando sarà necessario – rispose lui, con semplicità. – Sean, sai meglio di me quanto ci abbia provato. Non è servito a niente. Sono quattro anni che Angel se n’è andata, e io non ho mai smesso di pensare a lei. Neppure per un secondo.

– Ti ha lasciato senza dirti una parola, e se n’è andata dall’altra parte del mondo – Il tono di Sean divenne duro. – Non oso immaginare cosa avesse nella testa quando ha scelto di partire, ma resta il fatto che andarsene è stata una sua decisione.

– Non parlare di lei come se fosse un mostro – soffiò Ray, accigliato. Dall’altro capo del telefono sentì Sean sospirare.

– Non è quello che sto facendo. Io vorrò sempre bene ad Angel, ma tu sei il mio migliore amico. E sono quattro anni che sei fedele a un fantasma.

Ray non rispose.

– Hai attraversato tutte le fasi da manuale. Ti ricordi com’eri all’inizio? Arrabbiato, furioso. Adesso è passato un bel po’, dovresti essere passato all’accettazione.

– Fidati, l’ho accettato – Si alzò dal letto, avviandosi alla porta finestra della sua camera. L’aprì e uscì fuori, camminando verso il tavolino sul suo terrazzo.

– Ma sei ancora innamorato di lei.

– Sarò sempre innamorato di lei – Si mise a sedere. Da lì poteva vedere tutta Starbright Beach, immersa nella notte. La luna si rifletteva sull’oceano. – Sai qual è la cosa buffa, Sean? Angel mi ha amato per anni, prima che io me ne accorgessi.

– Non capisco perché dovrebbe essere buffo.

– Pensaci un secondo. Verrebbe naturale a chiunque pensare che dopo tanto tempo a corrermi dietro, senza essere corrisposta, fosse stata lei quella che amava di più, no?

– Ray… – mormorò l’amico, ma non aggiunse altro.

– Adesso sono qui da solo, vivo al limitare della città. Esco solo per andare in palestra e fare la spesa, vedere te e i ragazzi, o i miei genitori. Passo molto tempo a casa. Potrei mangiare a letto, ma non lo faccio mai. E sai perché? Perché lei odiava che mangiassi a letto – Rise, passandosi una mano tra i capelli. – Credi che non sappia che è da malati? Lo so benissimo. Perciò, come ti dicevo, è buffo… – Si prese una breve pausa. – Lei è stata innamorata di me per quasi tre anni, prima che anch’io finalmente aprissi gli occhi. Poi ho aperto gli occhi. E adesso passerò la vita ad amarla, e correrle dietro, e quella a non saperlo, stavolta, sarà lei.

Entrambi rimasero in silenzio. Un alito di brezza soffiò su di lui. Hermione saltò sul tavolino.

– Non sono mai andato da lei. Alla fine, non sono mai riuscito a farlo. Perché lei non mi voleva, e l’idea che lei non mi volesse mi ha paralizzato. Se mi avesse guardato in faccia, dicendomi che non voleva più stare con me… forse sarebbe stato tutto più facile.

– Sarebbe di certo stato più facile, ma è così che stanno comunque le cose. Vi siete lasciati. È finita.

Si rilassò sulla sedia, la gatta gli saltò in braccio. Accarezzò il suo dorso soffice, sorridendo.

– … non puoi semplicemente rinchiuderti nei ricordi.

– Chi dice che non posso? – La sua domanda non fu aggressiva, sembrava più che altro dettata da naturale curiosità.

– I-io… oh, andiamo, Ray! – balbettò l’altro, in difficoltà.

– Sono serio. Non mi sembra di fare del male a nessuno. Perché non posso?

– Fai del male a te stesso. – ribatté Sean.

– Starei male comunque.

Si sentiva ancora frastornato per quell’ultima, tragica volta. Quando si era trovato a letto con quella ragazza, Harper. Avevano passato una serata piacevole, cena, film, fiumi di vino, poi erano finiti a casa sua. Lei aveva spento la luce, si erano spogliati e messi a letto. E all’improvviso i lunghi capelli scuri sul cuscino erano diventati i suoi. Per un attimo era stato come stringerla di nuovo a sé. E la sua immagine era così vivida, concreta. Abbracciò Angel, ma i suoi movimenti lo stranirono. Si chiese perché Angel si muovesse in quel modo. Non era da lei. Si era sentito a disagio. E poi Harper aveva parlato, e quella dimensione onirica si era frantumata.

Quella voce non era la sua.

E lei non era Angel.

Si era alzato dal letto all’improvviso, in preda al terrore, si era rivestito in fretta e furia ed era scappato fuori, balbettando scuse confuse a quella poverina che di certo lo aveva preso per un pazzo. Aveva corso fino all’auto, messo in moto ed era partito, ma non sapeva nemmeno lui dove stesse andando.

Si era fermato di fronte casa di Angel.

La villa abbandonata era scura, le finestre abbassate. Era uscito dall’auto, si era accasciato sul prato, ed era scoppiato a piangere. Avrebbe voluto strappare l’erba, dare fuoco a quella facciata, all’intera città. Tornato a casa, era crollato accanto al gabinetto e aveva vomitato sotto lo sguardo confuso di Hermione.

Il solo pensiero di quella notte lo fece rabbrividire.

Non sarebbe più accaduto, lo aveva promesso a sé stesso.

– Sto bene da solo, Sean. Te lo giuro – rassicurò lui, ancora al telefono.

– Allora, per domani sera… lasciamo perdere?

– Sì, per favore.

– Quando ti sentirai di nuovo pronto, dimmelo. Ti troverò la ragazza perfetta.

Lui l’aveva già trovata da solo la ragazza perfetta, e l’aveva persa. Ma era stanco di ripeterlo, e a dirla tutta, non vedeva l’ora di troncare quella conversazione. Lo salutò, notò un messaggio di Evis.

Tutto okay?

Spense il telefono, le avrebbe risposto il giorno dopo. Rimase lì fuori, con Hermione addormentata in grembo.

– Lo sai che tu le saresti piaciuta un sacco? Volevamo prenderlo, un gatto. Tra le altre cose che poi non abbiamo più fatto – mormorò, con un mezzo sorriso. – Hai sentito questi discorsi milioni di volte, ma so che non mi manderai mai al diavolo. Dopotutto, io ti do da mangiare e pulisco la tua lettiera, che per inciso puzza terribilmente.

La gatta si accoccolò di più.

– Certe volte penso che non mi amasse abbastanza. Altre, che mi amasse troppo. In ogni caso, il suo era un quantitativo sbilanciato, e per questo se n’è andata. Ho cercato di capire perché l’ha fatto, ma tutto quello che so, alla fine, è che mi ha lasciato una voragine in mezzo al petto. E ogni momento che ho passato lontano da lei non ha fatto che ampliarla, tanto che adesso credo di essere diventato io stesso una voragine. Perché mi ha fatto questo, secondo te, se mi amava, Hermione?

La gatta alzò la testa. Ray la prese tra le braccia e ritornò dentro, appoggiandola sul letto. Chiuse la finestra, andò a lavarsi i denti e il viso. S’infilò il pigiama e si mise a letto.

Sentiva il ronfare tranquillo di Hermione, già assopita. Portò un braccio dietro la testa, e guardò il soffitto. Poi chiuse gli occhi, sperando di sognare Angel, e anche lui si addormentò.

 

 

 

Dodici: La serie

Prima pubblicazione digitale 2021-2022 su www.amaliamarro.it

Prima edizione integrale digitale novembre 2023 Self-published

Nuova edizione digitale 2026 su www.amaliamarro.it

Editor: Gloria Macaluso

Immagine di copertina by Canva.com

nota dell’autrice:

Questo racconto fa parte di una raccolta, composta da dodici episodi, che arriveranno su questo sito a cadenza mensile;

grazie per averlo letto!

A presto!

(Tempo di lettura: 23min e 57sec)

4 luglio 2018,

Haarrijnseplas, Utrecht, Utrecht

Notò che lo strano tipo seduto al bancone del bar si era voltato a guardarli, forse per la terza volta da quando erano entrati. Non riusciva a vederlo bene in viso, era nascosto dal cappuccio della felpa che indossava e da un paio di occhiali scuri. Decise di non badarci più di tanto.

– Funziona così, ci mettiamo tutti seduti in cerchio – Kees bevve un sorso di birra, col dito fece segno che c’era dell’altro. Appoggiò il bicchiere sul tavolo. Il tintinnio andò a mescolarsi coi rumori di sottofondo del locale, immergendosi tra vociare e musica. – E noi non usiamo l’espressione “tanti auguri”. Preferiamo fare le congratulazioni, diciamo proprio così: “Congratulazioni per il tuo compleanno!”. Se poi, quel giorno, incontri i parenti del festeggiato, devi fare le congratulazioni anche a loro, genitori, fratelli, zii e cugini.

– Quando ho compiuto diciotto anni, ho dovuto fare le congratulazioni a mia zia Johanna, perché non mi aveva riconosciuta e mi aveva presa per una mia compagna di scuola. È stato divertente – disse Femke, ridendo. – Ah! Un’altra cosa importante. Il compleanno va sempre celebrato!

– Anche perché se cerchi di farlo passare in sordina, gli altri lo ricorderanno a tutti – aggiunse Kees, con un tono deciso. – Mia madre ha un intero calendario dedicato ai compleanni di ogni persona che abbia mai incontrato. Pensa che c’è persino il tuo, e ti ha solo vista quella mezza volta al centro commerciale.

Angel McMahon aveva i gomiti appoggiati al tavolo e il collo leggermente piegato. Lanciò un’altra occhiata veloce a quel tipo del bar, beccandolo ancora a guardarli. Per un attimo i loro sguardi si erano incrociati, ma lui aveva girato la testa di scatto di fronte a sé. Ebbe come l’impressione di conoscerlo. Decise di ignorarlo, e continuò a parlare coi suoi amici.

– Proprio perché per voi è tanto importante, mi sono lasciata trascinare qui. Come vi avevo già detto, oggi avrei preferito stare a casa a leggere un libro. Da sola.

– Potrai leggere da sola a casa ogni volta che vorrai, ma non oggi. Compi ventisette anni una sola volta, schatje. E festeggiare i compleanni fa parte della nostra cultura – sentenziò Femke, brandendo una patatina fritta. – E poi guarda che bel posticino abbiamo scelto per te!

– Sì, è bello sul serio – ammise lei, con uno sguardo alla vetrata che dava sulla distesa d’acqua colorata dal cielo del tardo pomeriggio estivo. Il rosa s’immergeva sulla superficie del lago, l’ultimo sole del giorno stava per sparire all’orizzonte.

– Sono davvero felice che ti piaccia. Ed ecco… abbiamo una sorpresa per te – rivelò Femke, emozionata.

Lei la guardò confusa, poi passò a Kees. – Di che si tratta?

Lui si voltò verso il bar e fece un cenno a quel tizio un po’ sospetto che Angel aveva già notato. Era giovane, si alzò e si avvicinò al loro tavolo. Le bastò vederlo camminare per riconoscerlo. Arrivò da loro con un gran sorriso stampato in faccia.

– Buon compleanno, Yankee.

– Che ci fai qui? – chiese lei, dura. Gli altri due si strinsero per fargli posto, e lui si sedette di fronte ad Angel.

– Ciao, ragazzi, e grazie per la soffiata. L’ho apprezzato davvero – fece, togliendosi gli occhiali da sole ma lasciandosi il cappuccio sulla testa.

– Lo so che ormai dovrei essere abituata al fatto che conosco Edge Baker di persona, ma ogni volta che sei così vicino ho un istinto primordiale che mi implora di chiederti un autografo – disse Femke, e lui scoppiò a ridere.

– Sarò felice di firmartene uno, se vuoi.

– Non credo che ne avrai la possibilità, Angel ci ammazzerà di qui a pochi minuti – concluse Kees, sperando di rompere il ghiaccio con una battuta, ma il volto di Angel era rimasto impassibile.

– Edge, perché sei qui?

Lui alzò le spalle. – Non mi piaceva il modo in cui ci siamo salutati l’ultima volta.

– Cece sa dove ti trovi?

– Uhm… – mormorò lui, grattandosi il mento sbarbato da poco. – … ecco, non proprio.

– Adesso vi lasciamo un po’ di privacy… – disse Femke, facendo per alzarsi, ma Angel la fermò.

– No, è meglio se usciamo noi due.

– Sei arrabbiata, vero? – fece Kees, voltandosi poi verso l’altra ragazza. – Secondo te è arrabbiata?

– Sì, sono molto arrabbiata – confermò lei, mentre si sollevava dalla panca. – Ma ne parleremo più tardi.

Edge la seguì fuori dal locale. Le luci della Beach House illuminavano la sabbia e allungavano le loro ombre. La serata era fresca e il cielo limpido. La distesa di stelle era già comparsa sulle loro teste. Di fronte a loro, il lago dalle acque lisce e silenziose. Era una spiaggia molto tranquilla, quella. Non c’era quasi nessuno lì fuori, erano tutti dentro a bere e divertirsi. Angel ed Edge erano soli, a parte un gruppetto di ragazzi che chiacchierava seduti al centro di un suggestivo cerchio di fiaccole accese. Gli occhi di lui smisero di guardarsi attorno e si fermarono su di lei. Aveva le braccia incrociate e fissava con ostinazione a terra.

– Avrei dovuto dirti che venivo.

– Trovi? – sbottò lei, sarcastica.

– Mi dispiace, va bene? È che… volevo vederti – ammise con semplicità.

La ragazza sbuffò, alzando finalmente lo sguardo in quello di lui. – Questo non va per niente bene. Tu hai una ragazza. Perché devo essere sempre io a ricordartelo?

– Cece imparerà a conoscerti, vedrai che capirà che…

– Cosa? Che hai una relazione decisamente troppo ingombrante con la tua ex?

– Non mi va di pensare a te come alla mia ex, fa così “comedy anni Novanta”.

Angel alzò gli occhi al cielo, esasperata. – Perché scherzi su questo argomento?

– Perché so che aver preso un aereo per venire da te di nascosto non mi rende proprio una persona splendida agli occhi del karma, ma ormai ci sono. Tanto vale divertirsi un po’.

Angel, suo malgrado, gli sorrise, ed Edge l’abbracciò.

– Tu sei felice di vedermi?

– Certo che sono felice di vederti, idiota – disse lei, sistemandogli il cappuccio della felpa.

– Non sono in tiro per il tuo compleanno, scusami. Ho portato solo questa felpa e due paia di jeans. Non credo neppure di aver messo in valigia un pigiama.

– Quando sei arrivato?

– Oggi, nel primo pomeriggio. Ho preso il primo aereo disponibile, un volo notturno che partiva alle tre. E domani riparto alle undici. Scommetto che Cece non si accorgerà nemmeno che sono via.

Il rapporto che Angel aveva costruito con Edge, nel corso di quegli anni, era difficile da definire. Sebbene lui avesse sempre provato dei sentimenti forti per lei, e non glielo avesse mai nascosto, i due non avevano mai avuto una relazione romantica. Stava bene con lui, ma non lo ricambiava. Ne avevano parlato senza maschere, e lo aveva sempre incoraggiato ad allontanarsi da lei. Ed Edge aveva avuto delle ragazze, in quel periodo.

La prima si chiamava Trisha. Erano stati insieme per qualche mese nel 2016, e con lei era finita quando le aveva detto che avrebbe passato con Angel i tre mesi estivi. Inutile dire che lei lo aveva mollato su due piedi. Angel aveva saputo di quella storia mentre erano ad Amsterdam, il giorno prima che lui ritornasse negli Stati Uniti.

– Lo sai, ho trovato una ragazza – aveva detto lui, di fronte a una birra.

Erano in un coffeeshop di Reguliersdwarsstraat, proprio dietro il Mercato Dei Fiori. Aveva una sigaretta di erba stretta tra le dita, ancora spenta. Dalla finestra del locale vedevano delle bandierine colorate. Andavano spesso in quel posto, quando erano in città.

– E mi ha anche lasciato.

Lei lo aveva guardato, imbronciata. – Perché non me l’hai detto prima?

– Perché non aveva importanza.

– Ti ha lasciato perché sei venuto qui, vero?

– Mi ha lasciato perché non riusciva a capire che tu sei, e sarai sempre, la mia più assoluta priorità.

– Neanche io capirei, se fossi la tua ragazza.

– Non ti vedevo da quando siamo andati a Roma, e non volevo più aspettare – Il suo tono era stato deciso, non ammetteva repliche.

– Sei rimasto qui per tre mesi, e non mi hai detto che la tua ragazza ti ha lasciato per colpa mia.

– Tre mesi, caspita. Come vola il tempo, quando ci si diverte! – Accese la sua sigaretta, ed Angel storse il naso.

– Odio quando fumi questa roba.

Lui aveva fatto una smorfia per prenderla in giro, poi aveva aspirato una boccata dalla sigaretta, soffiando il fumo fuori dalla finestra.

Quella fu una delle prime volte in cui Angel pensò che avrebbe davvero voluto amarlo. Sarebbe stato più facile per tutti e due.

 

Le storie successive di Edge erano naufragate tutte per lo stesso motivo. Arrivavano a un punto in cui nessuna riusciva a sopportare la presenza di Angel nella sua. Poi, l’anno precedente, era arrivata Cece. Angel a quel punto gli aveva imposto di non andare più a trovarla, né scriverle così spesso. E una settimana più tardi, se lo era ritrovato di fronte, fuori casa. Era sul vialetto, e aveva in mano un cd dei Pink Floyd. Era il 30 dicembre, e pioveva a dirotto.

– Sul serio, Yankee. Dovresti ascoltare dei veri chitarristi, prima o poi. Mettilo tra i buoni propositi per l’anno nuovo.

Gli era saltata al collo, d’istinto, ritrovandosi tra le sue braccia. Ancora aggrappata a lui, però, aveva realizzato quanto tutto fosse sbagliato. Sapeva che avrebbe dovuto fingere indifferenza, ferirlo, mandarlo via. Non lo aveva fatto. Avevano trascorso insieme il Capodanno, fatto il bagno nel Mare del Nord sulla spiaggia di Scheveningen, a L’Aja.

Lui era andato via quattro giorni più tardi, e aveva litigato furiosamente con Cece. Lei lo aveva lasciato. Angel allora l’aveva chiamata, per rassicurarla le aveva detto che tra loro non c’era stato niente, e che poteva fidarsi di Edge. Ma lei aveva risposto con il tono più amareggiato che avesse mai sentito. Sei tu il problema.

Era stato quello il momento in cui aveva detto ad Edge che dovevano chiudere e non potevano più aspettare. E per qualche mese, era stato così.

Non aveva risposto alle sue telefonate. Alle sue mail. E adesso gli stava di fronte, e odiava sé stessa per quanto fosse contenta di rivederlo.

– Edge, sono più di venti ore di viaggio.

– Ne avrei fatte anche cinquanta, per venire da te.

Lo guardò, sorrideva, alzando le spalle.

– Avevo bisogno di vederti, anche solo per una sera.

Gli accarezzò il viso, osservandolo con tenerezza. – Perché devi rendere le cose così complicate?

– Sono un artista, fa parte della mia natura.

– A questo proposito, più tardi fai quell’autografo a Femke, per favore. Non te lo direbbe mai apertamente, ma ha tutti i vostri cd, ne conosce i brani a memoria, e sul suo letto ha un tuo poster piuttosto grande. È inquietante. Sai che ha imparato a suonare il basso proprio per te? Sei il suo idolo.

– Glielo firmerò senz’altro. Sono bravi ragazzi, Kees e Femke. Mi fa piacere che tu abbia trovato due amici come loro.

– Dici che sono bravi ragazzi solo perché ti hanno aiutato a tramare alle mie spalle – fece lei, con una smorfietta. Edge sorrise, colpevole.

– Be’, sapevano che era la cosa giusta da fare.

Angel alzò le spalle, sospirando. – Lo era davvero? Edge, l’ultima volta Cece ha gridato al telefono così forte che sono riuscita a sentirla persino io, che ero in un’altra stanza. E a dirtela tutta, al posto suo penso che avrei fatto lo stesso.

– Lei non si sarebbe divertita affatto venendo qui, odia il freddo.

– Hai passato il Capodanno lontano da lei, senza dirle che partivi. Lo ha scoperto da una foto.

– Non potevo mica sapere che ci avrebbero paparazzato!

– Edge, mi tieni in braccio, e siamo in costume da bagno. La didascalia diceva “Chi sarà la nuova fiamma di Edge Baker?”. Te l’ho già spiegato, io non voglio essere quella persona.

– Quale persona?

– Quella che ti impedisce di essere felice con altre donne. Ed è la causa della tua infelicità.

– Le mie azioni dipendono solo da me. Sono io che ho deciso di venire da te allora, così come l’ho deciso adesso. Tu sei la cosa più importante della mia vita, non potresti mai essere la causa della mia infelicità.

Angel lo guardò di traverso. – Ecco, se fossi la tua ragazza e tu dicessi una cosa del genere su un’altra donna, penso che, più o meno, vorrei sgozzarti. E forse vorrei sgozzare anche lei.

Lui sbuffò. – Sai cosa intendo.

– Sì, lo so. E proprio per questo tu domani te ne andrai, e non mi chiamerai mai più. Intesi?

– Angel…

– Intesi? – ripeté lei, guardandolo dritto negli occhi. Lui annuì, alzando le mani.

– Okay, hai ragione.

– Hai un posto dove stare stanotte?

– Veramente no. Ho organizzato la partenza in un tempo record, troverò qualcosa più tardi.

– Sciocchezze, verrai da me.

– … mi preparerai i tuoi fantastici pancake? – chiese lui, speranzoso, e lei annuì.

 

Tornarono dentro ed Angel offrì un altro giro di bevute. I tre le raccontarono tutti i dettagli del piano segreto tramite il quale si erano accordati per portarla lì e farle incontrare Edge. La tensione si sciolse quasi subito. Dopo un paio d’ore si salutarono, Kees e Femke montarono sulle loro biciclette e partirono a tutta velocità verso Utrecht, mentre Angel guidò Edge verso la sua auto.

Arrivarono a Volendam intorno alle undici, il paesino era deserto. Il parcheggio delle auto distava circa dieci minuti a piedi dalla casa della ragazza.

– Come sta andando al lavoro? – le chiese Edge, mentre camminavano fianco a fianco tra le case di mattoni rossi.

– Bene, sono tutti molto carini con me. Non credevo mi sarebbe piaciuto insegnare musica, ma si è rivelato divertente.

– Non hai pensato di cercarti una band come quella che avevi a New York?

– No, non credo faccia più per me – rispose lei. Edge si fermò.

– Cantare? Certo che fa ancora per te.

– Forse per la “vecchia me”.

– La tua terapista cosa ne pensa?

Angel non rispose subito, continuò a camminare. – Che stia portando avanti una lotta contro me stessa.

– Credo che abbia ragione.

Salì i gradini che conducevano alla sua porta, infilò la chiave nella toppa e aprì.

– E credo anche che dovresti tornare a casa.

– Sono a casa.

– No, non è vero.

Si voltò a guardarlo.

– Non guardarmi in quel modo, è la verità. Sono due anni che vivi qui, hai chiuso i rapporti con quasi tutte le persone che conoscevi. Non canti più, non vuoi ricominciare a vivere. Che senso ha?

– Edge, vuoi davvero litigare sull’uscio di casa mia nel bel mezzo della notte, mentre tutti dormono?

Angel entrò in casa, nervosa, lui la seguì, lasciando cadere il suo trolley da viaggio.

– Non voglio affatto litigare.

– Allora cambia argomento, per favore – mormorò lei, abbassando lo sguardo. Edge fece un passo nella sua direzione.

– Ascolta. So che è difficile, e so che c’è voluto fegato a rimetterti in piedi da sola. Però… la tua famiglia, i tuoi amici, ti aspettano, ti aspetteranno sempre. Non devi infliggerti questa solitudine.

– Non posso tornare in America.

– Quando uscirò da questa casa domani, non tornerò più e non ti chiamerò più. Farò come vuoi. Ma saperti qui, da sola, mi spezzerà il cuore in ogni momento. Lo so che le cose tra noi sono strane, però… Angel, io non posso…

– Adesso dovresti andare a farti una doccia, e riposare. Dovrebbe esserci un tuo pigiama di sopra, te lo lascerò in bagno.

Edge le prese un braccio, mentre lei si allontanava. Si accorse che piangeva.

– Non devi punirti. Non è stata colpa tua.

– Buonanotte, Edge.

Angel si liberò dalla sua presa, e andò di sopra. Edge si passò una mano tra i capelli, lasciandosi cadere sul divano.

Ricordò il primo giorno in cui l’aveva accompagnata in quella casa. Il vecchio sofà marrone che lei voleva cambiare. Si sentì intorpidito e stanco.

Si alzò dopo un tempo che non avrebbe saputo definire e salì al piano superiore. Vide che la porta di Angel era chiusa. Entrò nel bagno e si svestì per fare una doccia veloce.

Notò il pigiama perfettamente piegato, adagiato sull’armadietto vicino al lavandino.

L’acqua bollente gli ridiede energia, il bagnoschiuma aveva un odore buonissimo. Il suo profumo. Indossò il pigiama e decise che l’avrebbe costretta a discutere con lui, ad ogni costo. Bussò alla sua porta.

– Non vado a dormire se prima non parliamo. E so che sei sveglia anche tu.

Dopo un po’, si aprì un piccolo spiraglio. Vide che lei aveva gli occhi gonfi e arrossati, e lui spalancò la porta e l’abbracciò.

– Non voglio che il resto della tua vita trascorra in questo modo. Tutto quello che faccio, ogni giorno, è pensare a te qui, che soffri… – Le prese il viso e lo avvicinò al suo. – Non puoi continuare a vivere per sempre a metà. Fallo per me, ti prego.

Edge accarezzò con le labbra quelle di lei, e la baciò piano. Angel non ricambiò e non si ritrasse, restò ferma. Si allontanò da lui con lentezza dopo qualche secondo, con lo sguardo basso.

– Scusami, Edge…

Lui annuì, con un sorriso triste e comprensivo allo stesso tempo. – Sono io che dovrei scusarmi con te.

– Se le cose fossero diverse… se…

– Non mi devi nessuna spiegazione, Yankee.

– Sarai felice con Cece, se dai una vera possibilità alla vostra relazione. Puoi provarci?

– Sì, posso provarci – Edge la guardò con dolcezza, chiedendosi perché mai dovesse essere così dannatamente bella anche in un momento come quello. Lei gli sorrise, mentre le lacrime ricominciavano a scivolare sul suo viso, e lui le baciò la fronte. – Però una parte di me ti amerà sempre, lo sai?

Lei annuì, accarezzandogli il viso.

– Lo so.

Il sole illuminò una mattinata grigia. Avrebbe di certo piovuto di lì a poco. Edge sentì odore di pancake provenire dalla cucina, mentre scendeva le scale. Lei sedeva davanti a una tazza di tè, il piatto di frittelle calde destinato a lui di fronte a una sedia vuota.

– Hey – salutò, sedendo davanti alla sua colazione. – Sei riuscita a dormire un po’?

– A che ora arriverà il tuo taxi? – fece, sorseggiando dalla tazza fumante, fingendo di non aver sentito la domanda.

– Sarà qui tra venti minuti – Dopo aver mangiato, l’aiutò a lavare i piatti.

Non dissero quasi nulla. Il tempo trascorse lentissimo, in quel silenzio. Ogni parola poteva scatenare una lite o un pianto, quindi decisero di godersi i minuti che restavano in pace, nella reciproca compagnia.

– Devo andare.

La ragazza annuì, seguendolo fino alla porta.

– Fai buon viaggio, okay?

Lui guardò la soglia, poi lei. – Di solito, quando andavo via, mi dicevi “chiamami quando arrivi a casa”.

– Non posso più dirtelo, se dobbiamo allontanarci.

– L’idea che questa sia l’ultima volta che ti vedo mi fa diventare matto.

– Noi ci rivedremo. Te lo prometto.

Lui la guardò negli occhi, prima di voltarsi. – Allora mi fido. Ciao, Yankee.

 

Avrebbe voluto dirle che l’amava, ma questo lei lo sapeva già. E in fondo anche lei lo amava, forse non nello stesso modo, ma era proprio quello il motivo per cui adesso si mostrava così decisa a mettere distanza tra loro. Angel voleva che vivesse la sua vita, che andasse avanti. Non poteva dargli quello che voleva.

Il suo cuore apparteneva a un altro, sarebbe sempre appartenuto a lui, e questo non sarebbe cambiato.

Si allontanò dal numero 10 di Noordeinde, il taxi lo aspettava in fondo alla strada. Partì, e si avviò all’aeroporto di Amsterdam. Lanciò un’occhiata al suo cellulare, c’erano quindici chiamate perse. Decise di ignorarle.

Appoggiò la testa al cuscinetto del sedile posteriore e si addormentò.

 

 

Dodici: La serie

Prima pubblicazione digitale 2021-2022 su www.amaliamarro.it

Prima edizione integrale digitale novembre 2023 Self-published

Nuova edizione digitale 2026 su www.amaliamarro.it

Editor: Gloria Macaluso

Immagine di copertina by Canva.com

 

nota dell’autrice:

Questo racconto fa parte di una raccolta, composta da dodici episodi, che arriveranno su questo sito a cadenza mensile;

grazie per averlo letto!

A presto!

(Tempo di lettura: 25 minuti e 14 sec)

TW: mental illness; allucinazioni

24 giugno 2017,

Starbright Beach, Los Angeles, California

– Molto bene, signor Johnson. Sono felice di comunicarle che, a partire dal prossimo anno accademico, lei sarà il nostro nuovo professore di Letteratura inglese e americana. Benvenuto a bordo o, per meglio dire, bentornato.

Il preside Carter si alzò dalla sua poltrona per stringere la mano a Ray, con un gran sorriso. – Dopotutto, non è passato tanto tempo da quando è stato eletto miglior studente del suo anno, proprio tra queste mura!

– Ha ragione – rispose lui, ricambiando con vigore la stretta di mano. – Non vedo l’ora di cominciare.

Non era vero, ma riuscì a mascherare l’indifferenza che provava con la sua espressione più convincente e affascinante. Si congedò dall’anziano e si allontanò dal suo ufficio. Oltrepassò i corridoi senza guardarsi intorno, ignorando volutamente la bacheca nella quale erano ancora esposti con orgoglio i numeri del Douglass Press che aveva curato personalmente, durante i suoi quattro anni di militanza nella redazione del giornalino scolastico. Non voleva rivederli.

Uscì dalla scuola e si diresse alla sua auto, allontanandosi velocemente dal luogo che nei prossimi anni avrebbe frequentato quasi ogni giorno.

Avrebbe insegnato al suo vecchio liceo, ritornando a Starbright Beach dopo otto anni.

Per i primi tempi avrebbe vissuto a casa dei genitori, nella sua vecchia stanza, per poi cercare un posto tutto suo. Finalmente, si sarebbe liberato dell’appartamento. La sua missione poteva dirsi compiuta. L’euforia all’idea di abbandonare per sempre quelle mura maledette durò uno o due secondi appena, e lasciò spazio alla sua ormai consueta e consolidata freddezza.

Intravide il locale di Santino e gli venne voglia di fermarsi a prendere un caffè, non lo faceva da un po’. Prima di aprire la porta, il suo cellulare squillò. Lo tirò fuori dalla tasca, mentre una ragazza bionda con una giacca di un rosso scintillante lo superava. Controllò lo schermo, era Sean.

– Posso chiamarti Mister Johnson, allora? Com’è andato il colloquio finale? Sono già sicuro della risposta, ma fingerò di chiedertelo lo stesso.

– Il preside Carter mi ha assunto, insegnerò a Starbright Beach.

– Continuo a non capire per quale motivo tu abbia deciso di lasciare New York per ritornare a Starbright Beach, ma contento tu…

Contento. Quello era un sentimento che non aveva più provato.

– In fondo, sono solo un ragazzo di provincia, lo sai.

 Stasera festeggiamo, che ne pensi? Voglio presentarti una mia amica adorabile, potrebbe davvero piacerti. È una tua grande fan!

Grande, pensò, senza il minimo entusiasmo. Un’altra amica di Sean con la quale forse sarebbe andato a letto e che poi avrebbe finito per odiarlo, come lui odiava sé stesso dopo ogni maledetta volta in cui il suo stupido cervello non riusciva a concentrarsi neppure per cinque minuti sulla persona che gli stava di fronte. – D’accordo.

– Ci vediamo alle nove al Beep Hop?

Confermò, e si salutarono. Mancavano cinque ore all’inizio della serata ed era già stufo all’idea della sessione di flirt scadente in cui si sarebbe trovato immischiato, un po’ per mancanza di voglia di dire di no e un po’ perché, in fondo, non aveva davvero di meglio da fare. Sbuffò. Fece un passo in avanti e le porte automatiche della caffetteria si aprirono. Si avviò al bancone, dove un ragazzo annoiato gli chiese cosa voleva ordinare.

– Un caffè, nero. Grazie.

– Con due zollette di zucchero a parte – aggiunse una voce alle sue spalle.

Ray si voltò di scatto, trovandosi di fronte Evis Bishop, che lo affiancò nel giro di pochi istanti. – E un cappuccino di soia, per favore.

– Faccio un solo conto? – chiese il ragazzo alla cassa; lei annuì e lanciò un’occhiata veloce a Ray.

– Offro io – fece, decisa. – Ciao, Ray. Che bello vederti!

Era la donna che lo aveva superato prima della telefonata di Sean. Non l’aveva riconosciuta.

I capelli biondi erano corti, le arrivavano alle spalle. S’indicò la giacca rossa, ridendo. – Se ti stai chiedendo come mai sia vestita da Kool-Aid, è perché adesso faccio l’agente immobiliare e ho appena mostrato una casa bellissima a due clienti molto interessati.

– Mi fa piacere, e grazie per il caffè.

– Ti va di berlo con me? – chiese, mentre il commesso porgeva loro le due bevande. – Così facciamo due chiacchiere.

– A dire la verità, non saprei…

– Dai, non ti becco mai in città! Avrei proprio bisogno di parlarti di alcune cose.

Si guardò intorno, e piegò la testa. – Non sono una grande compagnia.

– Allora ci penserò io a ravvivare la conversazione, la parlantina non mi è mai mancata. Dopotutto, è così che mi sono procurata un periodo di carcere – fece, ridendo. Ray la guardò stranito. – Scusa, ormai ci scherzo parecchio. È il mio modo di esorcizzare quello che ho fatto. Va bene quel posto? Mi sembra il più riservato.

Annuì. La seguì verso un tavolino lontano dagli altri, nascosto da una colonna. Il cielo all’esterno era nuvoloso, ma dalla vetrata che dava sulla spiaggia, Ray vide che c’erano dei ragazzi che si baciavano sulla riva. Avrebbe voluto odiarli, o invidiarli. E invece, ancora una volta, non sentì niente.

Gettò le zollette di zucchero nel bicchiere e diede una mescolata veloce, prima di bere il primo sorso.

– Come stai?

Simulò un sorriso, senza troppa convinzione. – Bene, e tu?

– Come stai sul serio?

– Cosa intendi?

– Intendo che vorrei fossi sincero. E se ti senti uno schifo, dimmi che ti senti uno schifo.

– L’hai dedotto dal fatto che la mia barba non è mai stata così folta?

– Da quello e dal fatto che mi hai sorriso per finta.

Lui alzò le spalle, scuotendo la testa. – Okay, hai ragione. Sto uno schifo.

– Del tipo?

– Del tipo che passo le mie giornate a non provare assolutamente nessuna emozione da circa due anni e ogni tanto cerco di stordirmi con l’alcol, ma non serve a niente – parlò di getto, senza prendere fiato, e le parole si susseguirono legandosi l’una all’altra, come se un fiume avesse rotto l’argine. Ma il suo discorso non aveva il tono liberatorio di uno sfogo, piuttosto, era rassegnato, spento. Senza speranza. – La mattina dopo mi sveglio con la testa che mi fa male e lo stomaco peggio ancora. Sento sempre e solo una voragine nel petto e non so come affrontarla. Pensa che sto fumando una media di trenta sigarette al giorno, e tutto ciò che riesco a fare è aspettare la morte, sperando arrivi prima possibile – si fermò, guardandola quasi con aria di sfida. – Credo sia tutto. Te l’ho detto, non è piacevole starmi a sentire.

– Se te l’ho chiesto è perché volevo una risposta vera. Grazie per esserti aperto con me, lo apprezzo molto – Evis gli prese la mano, lui la osservò per qualche istante, e lei la ritrasse arrossendo. – Ho letto il tuo ultimo libro, era fantastico. Forse il più bello della saga!

– Non sei mai stata un’amante della lettura – commentò lui, bevendo ancora un sorso di caffè.

– Sono cambiata sotto molti punti di vista. Per esempio, ora amo leggere. Soprattutto i tuoi libri! Ho iniziato per curiosità e poi mi sono appassionata sul serio. Non vedo l’ora di andare a vedere il primo film, scommetto che sarà un successone.

– Be’, in realtà io non ho troppa voce in capitolo per quanto riguarda il film, gli attori che interpreteranno i personaggi non sono per niente come li avevo immaginati. Ma non credo sia un gran problema – disse lui, continuando a guardare fuori. La coppia era andata via, la spiaggia era deserta. Aveva iniziato a piovere.

– Perché sembra che la cosa non ti tocchi affatto?

Il tono di Evis lo sorprese. Era confidenziale, ma non eccessivo. Piegò il collo e spostò lo sguardo su di lei. I suoi tratti erano cambiati, rispetto all’ultima volta in cui l’aveva vista? Sembravano ingentiliti.

Il biondo dei suoi capelli era più dorato, e meno scolorito.

– A dirtela tutta, non potrebbe fregarmene di meno. Del film, di chi interpreta i personaggi, neppure dei libri, ormai mi sembrano solo un mucchio di stronzate.

Non riuscì a decifrare l’espressione che apparve sul viso di lei. Evis strinse gli occhi, e si piegò in avanti, avvicinandosi di più. – E invece, dimmi… come va col dottorato? Dovresti finire a breve, se non sbaglio.

– Grazie a dio, sì. Ormai mancano poche settimane, non vedo l’ora di andarmene da New York.

– Hai già qualche idea su cosa fare dopo? Scommetto che le università faranno a gara per averti!

– Ho deciso di tornare a Starbright Beach, insegnerò al liceo Douglass.

Lei lo guardò sorpresa. – Per quale motivo faresti una cosa del genere?

– Sembri davvero interessata, sai? – fece lui, vagamente divertito.

– Lo sono – rispose seria. – Perché torni qui?

– Perché mi fa comodo, ci sono i miei genitori, e voglio andarmene da New York.

– E rinunciare a una carriera lì o in qualunque altro posto decente?

– Alla fine insegnare chiacchiere polverose a universitari o liceali, è più o meno lo stesso dappertutto.

Evis sospirò, stavolta in modo triste. – Una volta amavi quello che facevi. Anche a scuola, quando scrivevi… ti brillavano gli occhi. E adesso sembra davvero che non ti piaccia più.

– Vuoi che ti dica la verità? – ghignò, era una cosa che ormai gli veniva naturale. – No, non mi piace più. Non mi piace più niente.

Lei studiava i suoi movimenti in silenzio, e per un po’ nessuno dei due parlò.

– Sono pietoso, eh?

– Per niente. Ma stai soffrendo. E sono felice di averti incontrato qui dentro, oggi pomeriggio.

– Credo di aver in qualche modo monopolizzato la nostra conversazione. Hai detto che volevi parlarmi di qualcosa.

– Era più urgente sentire quello che avevi da dire tu.

Allargò le braccia con fare teatrale. – Allora, il minimo che possa fare è ascoltarti a mia volta. Visto che sei diventata una così attenta uditrice.

– Prendimi pure in giro, non m’importa.

– Sei cambiata sul serio, sai?

– Già, non sono più la stessa che conoscevi tu – confermò lei, guardandolo negli occhi. – Ho pagato il mio debito con la giustizia, e nel frattempo sono riuscita a capire perché le mie emozioni mi abbiano portato a commettere azioni tanto estreme. E adesso ti dirò quello che volevo dirti. Ray, ho scoperto di soffrire di disturbo borderline della personalità.

Ray cambiò espressione, diventò improvvisamente più serio. – Mi dispiace molto.

– Oh, non preoccuparti. Fa meno paura di quello che sembra. Un bel gruppetto di medici mi ha fatto capire meglio come funziona la mia testa, e devo dire che anche i farmaci mi hanno dato una grossa mano. Oggi ti sorprenderebbe sapere quanto sono stabile e matura, rispetto a quella ragazzina odiosa che ti ha tradito col tuo migliore amico.

La ragazza appoggiò il viso alla mano, continuando a fissarlo dritto in volto. – Adesso c’è una cosa che vorrei chiederti.

– Sarebbe? – domandò lui, incuriosito.

– Permettimi di starti vicino.

– Vicino? – fece lui, confuso. Lei annuì, grave.

– Ray, tu stai davvero una merda. E il fatto che ci siamo incontrati per caso… penso che sia un segno del destino. Adesso è il mio turno di fare qualcosa di buono. Consideralo un riscatto.

Lui la guardò, poi gli occhi si persero sul tavolo.

– Vuoi salvarmi? – il suo tono era amaro e stanco, come il sorriso accennato che gli si era dipinto in faccia. – Non c’è più niente da salvare, Evis. Vorrei dirti che ho il cuore spezzato, e che me ne porto gli strascichi, ma a me sembra di non avere neppure più la capacità di soffrire. Lei non ha mai più voluto parlarmi. Per quanto ne sapevo io, non esisteva più. Mi sembra tutto assurdo, nemmeno nei miei sogni più oscuri avrei potuto concepire un finale così malato per la nostra storia. Lei… mi ha semplicemente tagliato fuori per sempre dalla sua vita. – Evis non rispose, e aspettò che lui continuasse. – Era tutto perfetto. L’ho pensato spesso, sai, che quello che mi è successo fosse una specie di punizione – disse, e sembrava quasi divertito. – Io avevo tutto. Scrittore di successo, giovanissimo. Un lavoro fantastico all’università che mi appassionava e in cui ero bravo, anzi, fottutamente bravo. Quante persone possono dire lo stesso? Per non parlare dell’appartamento in centro a Manhattan, tutti vogliono un appartamento in centro a Manhattan, e l’affitto che pago non è neppure così alto, un vero affare – rise, ma la sua era una risata gelida, senza la minima traccia di gioia. – Ma soprattutto sai cosa mi rendeva superiore al resto del mondo? Lei. E mi sarebbe bastato anche solo questo per sentirmi come un dio. Non c’era niente che potesse farmi cadere. O anche solo vacillare. Potevo trionfare sul mondo.

Fece schioccare la lingua, stringendo con rabbia il bicchiere di cartone coi residui di caffè. – Nel mondo classico la ubris, tracotanza, era l’arroganza, la sfida alle divinità. Non riuscivo a fare a meno di credere che io quella felicità me la meritavo, era mia di diritto.

Una lacrima gli scivolò sulla sua guancia. Lui l’asciugò con un gesto brusco della mano. – Il momento più incredibile della mia vita è stato un mese esatto prima che andasse tutto in malora – Strinse più forte il bicchiere, e un po’ di caffè fuoriuscì, sporcandogli la mano, ma lui sembrò non accorgersene. – Stava ritinteggiando. Aveva il pennello in mano e qualche goccia di vernice sulla guancia, qualcuna tra i capelli. Come colore avevamo scelto un azzurro chiaro. Ma a lei non bastava, e quindi aveva deciso di disegnare delle nuvole rosa ovunque. – Gli tremarono le labbra. –… lei pensava sempre a queste cose, sai? Chi si sarebbe preoccupato di disegnare delle nuvole rosa? – singhiozzò lui, non curandosi più delle lacrime che adesso si moltiplicavano sul suo viso. – Si è girata e mi ha sorriso, e io me ne stavo lì a guardarla come uno scemo e poi ho pensato “Cara vita, ho vinto io. Ti sfido a rovinare tutto questo”.

Ray si accasciò sul tavolo, scosso dai singhiozzi. Evis si alzò e corse ad abbracciarlo. Sentiva i suoi sussulti, la sua voce spezzata. – Se non l’avessi pensato… forse adesso…

– Ray, non puoi colpevolizzarti per quello che è successo. Nessuno ne ha colpa.

– Io l’ho persa, Evis. L’ho persa per sempre. Lei se n’è andata. Perché non è rimasta con me?

– Forse la verità è che avevate bisogno di cose diverse.

Ray aveva abbassato lo sguardo, perdendolo in quel bicchiere di caffè semidistrutto. Aveva scosso la testa. – L’unica cosa di cui avevo bisogno era lei. Ma io, invece, non le bastavo.

Evis gli accarezzò la schiena, e tentò di calmarlo. –… perché adesso non usciamo, e facciamo un giro in spiaggia? Ti farà bene fare due passi.

–… forse dovrei solo tornare a casa.

– Sciocchezze, non è isolandosi che si ritorna a galla – Gli sorrise incoraggiante, dandogli un buffetto sul viso. – Non pensare a me come a “Evis Bishop”, e a quello che c’è stato tra noi. Prova a considerami come una persona tutta nuova, che ha un gran bisogno di pareggiare i conti col suo passato. Ray, io ho fatto delle cose che non hanno giustificazioni – Si prese una pausa, tornando a sedere di fronte al ragazzo. – Ma poi ho trovato qualcuno disposto a supportarmi, che non ha mai mollato. E adesso sono in via di guarigione, il mio terapeuta è felicissimo dei risultati che abbiamo raggiunto. Sai, le persone che hanno un disturbo come il mio, se non vengono aiutate, non riescono a gestire bene le proprie emozioni, ne vengono schiacciate. L’impulsività è un motore costantemente attivo, incontrollabile. Per me era esattamente così, te lo ricorderai – Piegò il collo, sospirando. – I concetti di bene e male erano troppo difficili da comprendere o tenere a bada. Io avrei fatto di tutto per arrivare a quello che desideravo. E ora mi vergogno così tanto di quello che ti ho fatto, di quello che ho fatto a Angel, e quella confessione al 24Mart? Cavolo, che follia… però, quel giorno ha avuto dei risvolti positivi. Quando mi hai detto che dovevo andare avanti con la mia vita, ho iniziato sul serio a dedicarmi alla mia terapia. E adesso sto meglio, e voglio essere tua amica, aiutarti a uscirne.

–… non so se potrò mai uscirne – ammise lui, con lo sguardo basso.

– Per cominciare, usciamo da qui. E almeno per questo pomeriggio facciamo finta che vada tutto bene. A partire da oggi, ogni giorno fingeremo che vada tutto bene, un passetto alla volta. E, un giorno, vedrai che non sarà più come fare finta. Te lo prometto, Ray. Si sistemerà tutto.

Lui annuì, e si avviò verso il bagno. Aveva gli occhi arrossati, era da tanto che non piangeva. Si bagnò il viso con acqua fredda, le gocce sembravano spilli sulla sua pelle. Si sarebbe rasato, appena tornato a casa. Prese il telefono e chiamò Sean.

– Hey, tutto okay?

– No, Sean. Per niente.

– …hai deciso di tornare ad essere sincero sui tuoi sentimenti? – disse il suo amico, divertito e comprensivo allo stesso tempo.

– Credi che stasera potremmo vederci da soli? Ho bisogno di una serata tranquilla, solo con te.

– Non c’è problema. Ray…

– Dimmi.

– Ti voglio bene.

– Anche io, Sean. Grazie.

Attaccò e si passò le mani sul viso. Guardò nello specchio e la vide, era appoggiata al muro. Pallida, spettrale. La sua espressione era vitrea. La sua voce un sibilo.

Com’è stato rivederla, dopo tanto tempo? È molto bella, vero?

– Non dire stupidaggini, lo sai che non significa niente. Abbiamo solo parlato.

Io voglio solo che tu sia felice. Anche se ammetto che forse con lei mi darebbe davvero fastidio.

– Se avessi voluto davvero la mia felicità, non mi avresti lasciato. Io sono diventato l’ombra della persona che ero. Tu mi hai fatto questo.

Allora forse è davvero positivo averla incontrata. È ovvio che prova ancora qualcosa per te, e tu potresti farmela pagare. Basterebbe così poco.

– Sai che non farei niente del genere. E non sono certo io quello che se n’è andato in giro per il mondo con un altro, d’altronde.

Ray, tra me ed Edge non è successo nulla. Glielo hai chiesto mille volte e lui mille volte te l’ha confermato. È che vuoi usarla come una scusa per odiarmi e odiare la tua vita. E adesso stai immaginando che io sia qui perché ti senti in colpa.

– Perché diavolo dovrei sentirmi in colpa?

Perché stai pensando di darle una possibilità come amica e riammetterla nella tua vita. E anche perché hai pensato che fosse carina con quel blazer rosso. E a me il rosso è sempre stato male.

– A te non importerebbe, dopotutto. A te non importa niente di me.

Ray, se credere queste cose ti fa sentire meglio, fa’ pure. Odiami. Devi dimenticarti di me, prima o poi.

– Non mi dimenticherò mai di te. Mai.

Guardò nello specchio e non la vide più, e se avesse potuto avrebbe frantumato quel vetro maledetto in cui era apparsa per tirarla fuori, stringerla a sé con le dita insanguinate, dirle che l’amava. Che l’avrebbe amata per sempre, in ogni dannato momento di quell’inferno in cui stava vivendo da quando se n’era andata. Si coprì gli occhi e soffocò un urlo nella gola.

 

Dodici: La serie

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Prima edizione integrale digitale novembre 2023 Self-published

Nuova edizione digitale 2026 su www.amaliamarro.it

Editor: Gloria Macaluso

Immagine di copertina by Canva.com

 

nota dell’autrice:

Questo racconto fa parte di una raccolta, composta da dodici episodi, che arriveranno su questo sito a cadenza mensile;

grazie per averlo letto!

A presto!

(Tempo di lettura: 24 minuti e 24 sec)

TW: uso di slur; omofob1a; razzism0

19 maggio 2012,

Pacific Palisades, Los Angeles, California

Il quartetto d’archi suonava Days Of Wine and Roses, mentre i camerieri correvano di qua e di là distribuendo tartine e stuzzichini per l’aperitivo. Loro avevano preso posto al tavolo vicino a quello degli sposi, che, in quel momento, stavano girovagando tra gli invitati per dedicare loro la giusta attenzione e ringraziarli per essere venuti. Lene vide che sua nipote stava sussurrando qualcosa all’orecchio del fidanzato, ridendo. E lui disse qualcos’altro, che alimentò la risata della ragazza.

– Angel! – chiamò Amanda Van Doorn, interrompendoli. – Vieni, voglio presentarti i cugini di Chris!

– Torno subito – disse la nipote al ragazzo, baciandolo sulla guancia. Poi si voltò verso di lei. – Zia Lene, gli tieni compagnia tu?

– Sarà un vero piacere – rispose lei, con un gran sorriso, mentre la ragazza lasciava il tavolo raggiungendo sua madre e il patrigno. – Allora, Ray, come ti sembra questa festa? Immagino tu non conosca nessuno, a parte quelli seduti a questo tavolo.

– Già – ammise lui, e la donna gli si avvicinò.

– Ci pensa zia Lene, sei in ottime mani. Allora… quella a destra è zia Emily – cominciò Helene Van Doorn, con un cenno della testa diretto a una donna anziana seduta sotto un arco di fiori che teneva in mano un canapè di pomodori secchi. Poi indicò un uomo rotondo dalle guance rosse, che dormicchiava sulla sua sedia. – E quello è zio Orson Hargreaves. Sono gli unici due fratelli di mia madre ancora in vita. Come vedi, lui è già ubriaco perso, e il pranzo non è nemmeno iniziato.

Il ragazzo continuò a osservare le persone che la donna gli presentava a voce bassa. – Lei è Beatrice Hargreaves, non ho mai capito che grado di parentela ci leghi, credo sia una tua lontana cugina, vero, mamma?

– Sì, di terzo grado, mi è molto affezionata – confermò Phyllis Van Doorn, dalla sua sedia. – Lene, ti prego, smetti di torturare questo povero ragazzo che è troppo gentile per dirti di darci un taglio.

– Sto solo mostrando a Ray la nostra famiglia. Non ha mai avuto il piacere di ritrovarsi in un covo di Hargreaves selvatici. Ti sto forse annoiando, Ray? – chiese Helene, divertita.

– Assolutamente no – rispose lui. La donna anziana gli sorrise, bonariamente.

– La famiglia Hargreaves è molto numerosa, caro.

– E c’è un sacco di gente odiosa – aggiunse Helene. – Ad esempio… vedi quella che sta venendo verso di noi? Si chiama Gwyneth Hargreaves, figlia maggiore di zio Orson, è forse la cugina peggiore che abbiamo, io e Amanda.

– Lene! – rimproverò la vecchina.

– Che c’è? Ho solo detto la verità! – Il ragazzo ridacchiò, lei gli bisbigliò all’orecchio: – Eccola che arriva, fai una faccia impassibile, e non accettare le sue provocazioni, non ne vale la pena.

– Lo stai dicendo a lui o a te stessa? – rispose l’anziana; sua figlia la guardò.

– Com’è che quando vuoi ci senti benissimo, tu?

Lui le guardò confuso, mentre l’altra donna, sulla cinquantina, vestita con un attillato tubino dorato, si avvicinava al loro tavolo. Baciò sulle guance la vecchina. – Zia Phyllis! Ti trovo benissimo.

– Gwyneth, cara – rispose lei, e ascoltò qualche commento sul club in cui si trovavano mentre Helene lanciava occhiate eloquenti a Ray che dovette intuire la scarsa simpatia che intercorreva tra le due.

La nuova arrivata si rivolse alla cugina con un largo sorriso che, sul suo viso magro, sembrò quasi un crepaccio orlato dal rossetto rosso sulle labbra innaturalmente gonfie. – Lene, dov’è la tua… amica?

– Mia moglie è in bagno, tornerà a momenti – rispose Lene, caustica. – Strano tu faccia sempre questo errore, quando ti rivolgi a Quinn!

– Sarà perché avete dimenticato di invitarci al matrimonio – fece quella, velenosa. – Si può chiamare matrimonio? Scusa se te lo chiedo, ma queste cose moderne mi mandano tanto in confusione!

– Non ti preoccupare, insegno matematica agli adolescenti, ho abbastanza pazienza per ripetere le cose anche un milione di volte. A dispetto dell’ottusità del mio interlocutore – ripose Helene, velocizzando l’ultima parte della sua risposta. Gwyneth parve non sentirla. Continuò con un tono più lento: – Siamo regolarmente sposate, e in Connecticut, lo stato in cui vivi da quando sei nata, il matrimonio omosessuale è legale dal 2008.

– Il vostro ramo della famiglia è sempre stato quello più… particolare, ribelle – commentò Gwyneth Hargreaves, le perle che indossava si scossero con un movimento del collo ossuto. – Amanda ha persino scelto di sposarsi in California, che bizzarria!

– Abita qui da diciannove anni, non mi sembra così bizzarro.

– Ma tutti gli Hargreaves abitano nel New England! – La sua voce era esageratamente melliflua. – La location è sicuramente deliziosa, ma è tanto scomodo arrivare dall’altra parte del Paese.

– Che vuoi farci, Gwyneth – Alzò le spalle. – Amanda è innamorata della California, e poi la famiglia di Christopher è di Bel Air.

Lei fece una smorfia di finta cortesia, guardando il gruppo di invitati afroamericani al tavolo accanto. Indicò una coppia anziana. – Quelli sono i genitori del marito, vero? Ho saputo che sono schifosamente ricchi.

– Gwyneth, a cosa dobbiamo questa tua lieta incursione? – chiese Lene, esasperata, incerta su quanto ancora potesse mantenere la calma senza aggredire fisicamente sua cugina.

– Non credo di conoscere questo bel giovanotto seduto accanto a te – disse la donna, spostando gli occhi su di lui.

Ray provò la sgradevole sensazione di essere scandagliato dalla testa ai piedi.

– È Ray. Ray Johnson – rispose Helene, e la cugina lo scrutò ancora. – Il ragazzo di Angel.

– Oh, lo scrittore – fece la donna, con una cordialità esagerata, porgendogli la mano. – Piacere di conoscerti.

Ray accettò la mano, provando però una certa riluttanza.

– Johnson… – La donna rifletté un secondo, continuando a tenergli la mano. – Conosco dei Johnson, hanno una casa vicina alla nostra a Martha’s Vineyard. Persone splendide. È possibile che siano tuoi parenti?

– Ne dubito, signora. Non ho parenti nel New England – rispose lui, ritirando la mano con sollievo.

– Capisco – fece lei, un po’ delusa. – E cos’altro fai nella vita, a parte scrivere?

– Non fargli il terzo grado, Gwyneth – aggiunse Helene, sbrigativa. La cugina si portò una mano al petto, ostentando un marcato dispiacere.

– Dio, non volevo certo essere inopportuna! Vai al college, caro? – chiese lei, insistente.

Ray annuì. – Sì, sono al terzo anno.

– E quale scuola frequenti?

– Yale – disse lui, lei annuì con una rinnovata approvazione.

– Oh, Yale! È un college molto importante. Quasi tutti gli Hargreaves lo hanno frequentato, be’, tranne quelli che sono andati ad Harvard – fece compiaciuta; poi, la sua espressione mutò improvvisamente. – Peccato per Angel e Adrian. Lei era una ragazza tanto brillante! Avrebbe potuto seguire il tuo esempio.

– Angel è molto brillante – disse Ray, lapidario.

– Non a caso, è entrata alla Juilliard School di New York, l’accademia artistica più importante del Paese. Non è un’impresa da poco – aggiunse Helene.

– Sì, suppongo possiamo definirla così – La donna fece un sorriso largo, fintissimo. – Ma Adrian? Povero caro, si è iscritto all’università statale! Scommetto che con i giusti agganci avremmo potuto farlo ammettere in una—

– Adrian non è interessato agli agganci, Gwyneth – la interruppe Helene, mentre la cugina alzava le braccia.

– E poi crescere una figlia illegittima, con quella ragazza messicana, insomma…

– In realtà, Jennifer è americana, signora – disse Ray, irritato. – È nata in California. E le sue origini sono colombiane, non messicane.

Cercò di mantenere il controllo, non voleva risultare aggressivo, ma sentiva il nervosismo irrigidirgli i muscoli del viso.

– Gwyneth, cara, credo ti stiano cercando lì in fondo – suggerì la donna anziana. Gwyneth si voltò, annuendo. – È meglio se vai a vedere di cosa si tratta.

– Oh, sì, zia, grazie. Vado subito. È stato un piacere conoscerti, Randy.

Se ne andò, avanzando su un paio di tacchi vertiginosi. Helene appoggiò una mano sulla spalla di Ray.

– Creatura adorabile, non è vero, Randy? – e imitò alla perfezione il tono usato poco prima da sua cugina; lui scoppiò a ridere.

– Come hai potuto immaginare, io e mia sorella non abbiamo molti rapporti con il ramo meno particolare della famiglia – continuò, sospirando. – Gwyneth e i suoi fratelli sono terribilmente razzisti, omofobi, non credono al cambiamento climatico, insomma, non è piacevole passarci del tempo insieme. Amanda voleva qui solo lo zio Orson, ma lei si è praticamente autoinvitata come sua accompagnatrice per ficcanasare.

La donna più anziana gli rivolse uno sguardo dolce. – Vedi, caro, Orson da giovane era molto diverso dai suoi figli, ha combattuto per l’egualità e i diritti civili.

– E loro devono essersi dimenticati dei suoi buoni propositi – sospirò Helene, nauseata. – Ho bisogno di vino per dimenticare di essere imparentata con certa gente.

Prese una bottiglia di vino bianco e si riempì il bicchiere, poi guardò Ray. – Passami il bicchiere, soldato, questo te lo sei proprio meritato.

– Tesoro, non credere che siamo tutti così, noi Hargreaves – fece la donna anziana, Helene rise.

– No, c’è anche di peggio. Zia Gladys ha detto a mamma: “Cielo, povera te, Helene, ha sposato una donna e Amanda un nero!”, e non ha aggiunto altro – Helene buttò giù il bicchiere di vino e se ne riempì un altro. – Ammettiamolo, la gente ricca è terribile.

– Anche noi siamo ricchi, e non siamo terribili – aggiunse Phyllis, ironica. – Tua sorella controlla gli studi finanziari di tutta la contea di Los Angeles.

– Ho visto la cugina Gwyneth venire qui! State tutti bene? – chiese una bella donna dai capelli biondi, prendendo posto accanto a Helene e mettendo la mano sulla sua.

– Sì, chiedeva dove fosse la mia amica. Ha detto che Jennifer è messicana. Ha dato velatamente ai miei nipoti dei falliti, e poi… hm, cos’altro?

– Mi è sembrata fin troppo sorpresa del fatto che la famiglia di Christopher fosse abbiente – aggiunse Ray, Quinn scosse la testa.

– Sai com’è, sono un po’ troppo scuri per i suoi standard – fece Quinn, con un tono amaro. – L’ho sentita dire che voterà Trump alle prossime elezioni.

– Oh, e naturalmente Ray se l’è cavata per il rotto della cuffia.

– Yale? – chiese Quinn. Sua moglie annuì. – Quello è un ottimo lasciapassare per entrare nelle grazie degli Hargreaves.

– Se un giorno tu ed Angel decideste di sposarvi, ti giuro che combatterò con le unghie e con i denti perché nessuno di questi maledetti si presenti a rovinare il vostro giorno speciale – dichiarò Helene Van Doorn, e Ray arrossì leggermente.

– Be’, spero tanto che questo combattimento avvenga presto, allora – mormorò lui.

– Non è carino? – cinguettò Phyllis, commossa. – Vuoi sposarti con Angel, un giorno?

– A dire il vero sì.

– Di’ un po’, hai perso proprio la testa per la mia dolce nipotina, eh? – chiese Helene, con un sorriso sulle labbra. Lui annuì.

– Colpevole – Ray la cercò con lo sguardo e la vide accanto a sua madre e Christopher. Lui indossava uno smoking elegante, nero, che contrastava con il tailleur bianco di Amanda Van Doorn.

– Lo vedo che muori dalla voglia di raggiungerla, vai – disse Helene, con un cenno della testa.

– Con permesso – e si alzò dal tavolo.

Avvicinandosi al terzetto che stava chiacchierando con i cugini di Christopher, e, dal tono della conversazione in corso, immaginò fossero molto più piacevoli di Gwyneth Hargreaves.

– Non solo ha la voce di un angelo, ma avete visto quant’è bella? Sono così orgoglioso di poterla chiamare mia figlia! – disse l’uomo, con una voce profonda, mentre i cugini seduti di fronte a lui annuivano.

– Christopher ci parla sempre di te, Angel. Dice che sei una bravissima studentessa, e che a New York te la cavi egregiamente. Non è una città facile, per una ragazza così giovane – disse la donna ad Angel. – Sbaglio o non hai ancora compiuto ventun anni?

– Li compirò a luglio.

– Davvero esemplare!

– Mamma e Chris credono tanto in me, il loro supporto mi aiuta moltissimo.

– Christopher adora Angel e Adrian, ha un ottimo rapporto anche con il ragazzo di mia figlia. Eccolo qui, Ray! Vieni, questi sono i cugini di Chris, Trisha e Michael.

Ray il raggiunse, stringendo la mano alla coppia.

– Michael è il cugino di Chris, e Trisha sua moglie – chiarificò Amanda Van Doorn, Ray annuì.

– Ray Johnson, molto piacere di conoscervi!

– Ray Johnson? – ripeté l’uomo, sorpreso. – Potrebbe essere…?

– Lo scrittore de L’Alba del Re – rassicurò Christopher Davies, introducendosi nella conversazione. Diede una grossa pacca sulla spalla a Ray. – Ce l’hai proprio di fronte.

– Meraviglioso! – fece il cugino Michael, sorpreso. – Sei un vero genio! È incredibile poterti conoscere! Non vedo l’ora di leggere il secondo volume della tua saga. Quando uscirà in libreria?

– Se tutto procede come deve, a dicembre di quest’anno.

– Straordinario, straordinario! Trisha, hai capito? È l’autore de L’Alba del Re! – ripeté Michael, entusiasta, e sua moglie ridacchiò.

– Come avrai dedotto, mio marito è un tuo grande fan.

Ray sorrise, grato, e poi i suoi occhi si spostarono su Angel. Si accorse che anche lei lo stava guardando. Volò accanto a lui e lo prese per mano.

– Con permesso, scusateci un secondo – disse la ragazza, cortese, e lo condusse dietro un’alta siepe, lontano dal resto degli invitati. – Ho visto zia Gwyneth venire da voi. Quant’è stato traumatico?

– Mediamente. Zia Lene è un’ottima alleata per situazioni simili.

Angel gli circondò il collo con braccia. – Mi dispiace tanto, amore. La famiglia di Chris è decisamente più simpatica di quella di mia nonna.

– L’ho notato, sei stata più fortunata di me.

I due ragazzi si baciarono, lui le mise le mani sui fianchi. – Lo sai, questo vestito ti sta d’incanto.

– Ma se questo color pesca mi sta malissimo! – disse lei, sbuffando. – Sei un bugiardo.

– Invece sei bellissima – Ray la baciò di nuovo sulle labbra. – Posso dire una cosa smielata?

– Sentiamo.

– Ho detto a tua zia e tua nonna che non vedo l’ora sia il nostro – sussurrò al suo orecchio.

– Il nostro cosa? – chiese Angel, confusa.

– Matrimonio.

Alzò lo sguardo, incontrando il suo. – Dici sul serio?

– Mai stato così serio. Io ti voglio sposare, e prima o poi succederà. È bene che lo sappia anche la tua famiglia.

– Al nostro matrimonio non verrà nessuno degli Hargreaves! – sentenziò lei, sognante, stringendosi a lui.

– Sì, me l’ha promesso anche tua zia.

– Un matrimonio da sogno, senza nessun invitato indesiderato.

– Angel McMahon, vuoi sposarmi in un arco di tempo ragionevole, quando saremo economicamente autosufficienti, e senza nessun parente odioso?

– Mille volte sì – Scoppiò a ridere, mentre lui la baciava di nuovo.

– Okay, dobbiamo decidere un po’ di cose.

– Del tipo?

– California o New England – disse lui, serio. – Considerando l’astio che gli Hargreaves hanno per la California, suggerisco la California.

– Mozione accolta – rispose lei, convinta. – Serviremo solo sushi e caramelle. Così tutti si lamenteranno, dicendo che i matrimoni di una volta erano più sontuosi.

– E da bere?

– Cocktail dai nomi strani. Tipo Mutande Breeze o Schifo Liquido.

– Ottima idea. Naturalmente, io indosserò un costume da bagno.

– Mi sembra giusto. Credi che io possa mettere un vestito di Halloween?

– Be’, sarà il tuo matrimonio, devi essere tu a decidere.

– Voi due, vi state accoppiando qui dietro? – chiese la voce di Jennifer, ed entrambi si voltarono nella sua direzione.

– Certo, Jennifer. Stiamo facendo l’amore durante la festa per il matrimonio della mamma di Angel con tutti i suoi parenti seduti proprio lì dietro – fece Ray, alzando gli occhi al cielo, mentre la ragazza usciva allo scoperto.

– Una cugina di Amanda mi ha chiesto urlando e parlando lentissimo se riuscissi a capire la sua lingua – disse lei, grattandosi la testa. – E credo abbia detto che Satine è una deliziosa meticcia. Si usa ancora questa parola?

– Sono così imbarazzata… – Angel si coprì il viso con le mani.

– Non preoccuparti, io le ho chiesto se indossasse quel vestito per aver perso una scommessa e lei si è volatilizzata – Jennifer alzò le spalle, con noncuranza – Comunque, sono venuta a chiamarvi, Chris sta per iniziare il suo discorso. Andiamo!

Loro la seguirono, tornando nell’area in cui tutti gli invitati sedevano ai tavoli. Christopher e Amanda erano gli unici ad essere in piedi, al centro dell’enorme giardino allestito con fiori bianchi e rosa.

I tre ragazzi presero posto allo stesso tavolo. Satine sedeva in braccio a nonna Phyllis, accanto a loro, Adrian, girato verso sua madre.

Chris fece tintinnare un bicchiere, attirando l’attenzione, e calò il silenzio. In sottofondo, c’era solo la musica delicata del quartetto d’archi.

– Riempite i calici, amici. Vorrei fare un brindisi – Si prese una pausa, e sollevò una flûte di champagne, indicando la donna dai capelli rossi accanto a lui.

– Due anni fa, in un caffè, tra migliaia di caffè a Los Angeles, una donna mi rubò l’ultima brioche vuota.

Amanda rise.

– Sapete, quel giorno ero molto nervoso. Avevamo perso un grosso cliente al lavoro, la mia assistente si era licenziata, e lei aveva anche rubato la brioche che avevo adocchiato. Così, glielo feci notare. Lei, sbuffando, spezzò a metà la brioche e me ne passò una parte. Non era tenuta a farlo, ma lo fece comunque. Prima che uscisse da quella caffetteria, le chiesi se potevo offrirle qualcosa, e lei mi guardò e mi disse: “Un cappuccino”. Le chiesi il numero di telefono. Si chiamava Amanda Van Doorn, ed era la donna più bella che avessi mai visto in vita mia. Da oggi, è mia moglie. Voglio brindare a te – Dai tavoli si levò un coro commosso di schiamazzi e qualcuno forse già piangeva. Angel appoggiò la testa alla spalla di Ray, e lui la cinse col braccio. – Mi bastò dividere una brioche con quella sconosciuta per innamorarmi di lei. Quanto ci sarà voluta, una frazione di secondo?

– Mezza brioche e un cappuccino – disse Amanda, sorridendo.

– Innamorarsi a cinquant’anni, perdutamente, ricominciare a vivere, oppure cominciare a vivere sul serio. Non credevo sarebbe successo, ma tu mi hai dimostrato che i miracoli possono accadere. E tu sei il mio miracolo. E ti amo, per questo e per altri mille motivi – Chris baciò sua moglie. – Oggi, agli occhi di Dio e del mondo intero, la tua storia diventa anche la mia. I tuoi figli saranno i miei figli – Intrecciò le mani con quelle della donna. – E dedicherò ogni mio respiro, fino all’ultimo, a te. Sei l’amore della mia vita, Amanda.

Lei lo abbracciò, e il marito la strinse forte, nell’applauso generale degli invitati.

– La mamma sembra davvero felice, vero? – fece Adrian McMahon, avvicinandosi a sua sorella. Lei annuì. Si voltò a guardare sua zia, e si accorse che aveva il viso rigato di lacrime. – Zia Lene?

Helene Van Doorn non era una tipa che piangeva facilmente. Aveva pianto solo tre volte. Quando erano nati i suoi nipoti, e una volta di tanti anni prima, quando aveva sentito Angel parlare con la sua mamma, il giorno in cui si erano trasferiti a Starbright Beach da New York, per ricominciare da zero la loro vita. Non aveva pianto nemmeno quando suo padre era morto.

Non le piaceva l’idea di piangere per cose tristi, preferiva piangere di gioia. Preferiva le lacrime spinte fuori dal cuore gonfio di cose belle. E in quel giorno di maggio pianse per tutte le cose che Angel e Adrian non potevano ricordare, e che erano troppo piccoli per capire. Per il loro mondo che diciannove anni prima era totalmente diverso. Per chi era Amanda Van Doorn quando la sua vita era in macerie. Quella ragazza coi capelli rossi e gli occhi tristi, che stringeva troppo i suoi figli, che aveva paura di lasciarli andare. Lei, che aveva stravolto la sua realtà, chiuso i ponti col passato. Lei che da sola si era alzata in piedi, aveva messo su un’azienda, un impero economico, e aveva soffiato il vento sulle vele di Adrian e di Angel, perché potessero navigare verso la loro felicità. Perché fossero felici a vent’anni, visto che lei non aveva potuto esserlo. Perché quella ragazza dai capelli rossi e gli occhi tristi, nella sua vita, aveva perso e sofferto troppo, ma adesso amava di nuovo. Adesso poteva fidarsi di nuovo. Di quell’uomo meraviglioso accanto a lei. E, adesso, era di nuovo libera di amare. Era libera davvero di ricominciare a vivere.

– Zia Lene?

Sua nipote la stava guardando, l’espressione allo stesso tempo preoccupata e divertita.

– Ma stai piangendo?

Sorrise, asciugandosi gli occhi. – Credo proprio di sì, piccola. Con l’età, sono diventata una frignona.

 

Dodici: La serie

Prima pubblicazione digitale 2021-2022 su www.amaliamarro.it

Prima edizione integrale digitale novembre 2023 Self-published

Nuova edizione digitale 2026 su www.amaliamarro.it

Editor: Gloria Macaluso

Immagine di copertina by Canva.com

 

nota dell’autrice:

Questo racconto fa parte di una raccolta, composta da dodici episodi, che arriveranno su questo sito a cadenza mensile;

grazie per averlo letto!

A presto!

(Tempo di lettura: 17 minuti e 56 sec)

TW: violenza domestica; PTSD

Starbright Beach, Los Angeles, California

 

La sagoma della casa si stagliava di fronte a lei. Amanda non la ricordava così grande, era un’immagine familiare e sconosciuta al tempo stesso, e la sua sola visione bastò a scatenare nel suo cuore un miscuglio di emozioni negative e positive. Non avrebbe saputo dire quali prevalessero.

Ripensò alla notte in cui Jeff l’aveva portata sollevandola tra le braccia oltre la soglia dell’appartamento in cui avevano abitato negli ultimi cinque anni, dicendole: “Benvenuta a casa, signora McMahon”. Indossavano ancora gli abiti del matrimonio. Strinse le palpebre. Le sembrava quasi di sentire la sua voce, il suo odore di dopobarba sulla pelle. Le sue mani tra i capelli. “Dio, quanto ti amo”.

– Ames, tutto bene?

Sua sorella le appoggiò una mano sulla spalla, riportandola al presente. Lene la scrutava con un’espressione preoccupata. Sullo zigomo sinistro un piccolo taglio tardava a rimarginarsi. Era stato lui a procurarglielo. Amanda strinse più forte la bambina che aveva in braccio, d’istinto. Appoggiò le labbra sulla sua testolina piena di capelli castani. L’odore di talco attenuò l’ondata di dolore che le aveva colpito il petto.

– Brutti pensieri? – domandò Lene e lei annuì.

Tornò a guardare la casa. L’erba del prato era molto curata. C’era una graziosa cassetta per le lettere bianca, sulla quale era inciso a caratteri eleganti “Famiglia Van Doorn”.

Lene la superò, in mano un mazzo di chiavi. – Non venivo qui da dieci anni. È sempre tutto uguale, non trovi?

– Già – rispose Amanda, con una certa fatica. Era come se fosse avvolta da uno strano torpore.

La villa era bianca, il tetto di un bel marroncino splendente, così come il numero 4 affisso alla destra della porta. Sui due piani si aprivano grandi finestre. Nonno Bas era stato un amante delle finestre ampie. Secondo lui, una casa aveva bisogno di tantissima luce. Sul lato sinistro, al di là delle tende scostate, si intravedevano le pareti gialline della cucina attraverso i vetri. Una lunga siepe separava il lato anteriore dal giardino sul retro. Sulla destra, il garage con la serranda abbassata. Da bambina, aveva sempre pensato di vedere una faccia di orco composta dalle due maniglie speculari su quell’apertura, che ne rappresentavano gli occhi, e una bocca proprio in basso al centro, in cui infilare le chiavi.

Si chiese se la sua vecchia bici fosse ancora là dentro, avrebbe controllato.

Sua sorella avanzò lungo il vialetto, coi i capelli corti fino alla spalla che si muovevano in onde ramate. Sotto il sole primaverile, brillavano di riflessi luminosi. Le chiavi tintinnavano, ed era come se accompagnassero la sua marcia verso la porta.

– Dovresti essere tu ad aprire, sai? Questo è l’inizio ufficiale della tua nuova vita.

Continuando a tenere al petto la bambina con un braccio, Amanda utilizzò la mano libera per prendere le chiavi che l’altra donna le stava allungando.

– È quella con su scritto “porta principale” – suggerì Lene.

Lesse la scritta. Scelse la chiave. Si voltò a guardare suo figlio che camminava mano nella mano con i nonni, e stava raccontando loro di quant’era stato bello il suo primo viaggio in aereo. Gli avevano offerto noccioline e una grossa soda, e un’assistente di viaggio gli aveva detto che i suoi disegni erano bellissimi.

Amanda prese un respiro profondo e ruotò la chiave. Seguirono un sonoro clic, e un piccolo scatto. La porta si aprì docile, mostrandole il lungo corridoio, vuoto.

– Pa’, dov’è tutta la roba dei nonni? – chiese Lene, una volta dentro, all’uomo che si avvicinava insieme al resto della famiglia.

– Non c’è più. Questa adesso è la casa di Amanda. È giusto che sia lei a riempirla come meglio crede.

– Hai tolto la regina dal muro, pazzesco! – Lene scoppiò a ridere.

I loro nonni avevano affisso proprio all’ingresso un’enorme gigantografia della regina Juliana dei Paesi Bassi. Amanda pensò che le sarebbe piaciuto riempire quella parete con tante foto, un domani. Sentì che la bimba si muoveva, tra le sue braccia, ma continuava a dormire. Lei varcò l’uscio. Un passo. Due. Aveva superato una nuova soglia. E stavolta lui non c’era.

– Vieni, Adrian, voglio mostrarti il salone – disse suo padre, e si avviò col bambino sulla destra. Un enorme sala dalle pareti azzurrine occupava un’intera ala della casa.

Adrian restò estasiato da quella visione, e si lanciò a correre nello stanzone tanto vasto. I suoi passi rimbombavano nell’ambiente. Tac, tac, tac. Colpi sul pavimento di marmo chiaro. Le pareti alte e il soffitto bianco gli sembrarono quelli di una grotta di ghiaccio.

– Nonno! Facciamo che io ero un eroe e ti dovevo sconfiggere?

– Certo, campione – rise lui, mentre il bambino assumeva i comportamenti di un guerriero. L’uomo fece in modo di mutare la sua voce, che uscì cavernosa: – Qual è il tuo nome, straniero?

– Io sono Adrian il Valoroso! E ti sconfiggerò, mostro del ghiaccio!

Il nonno si difese dai colpi di una spada immaginaria, mentre suo nipote cercava di simulare i suoni di una feroce battaglia. Jeroen Van Doorn, dopo qualche minuto di sofferta lotta, accettò la sconfitta con grande onore, poiché non poteva certo vincere contro Adrian il Valoroso. Prese il nipote tra le braccia e lo sollevò. – Allora, ti piace la tua nuova casa?

– È gigantissima!

– Sì, è molto grande – confermò l’uomo, guardandosi intorno. – Sai, quando ero bambino, anche io vivevo qui con i miei genitori.

Il piccolo Adrian lo guardò, sbalordito. – Davvero?

– Davvero – disse lui, e Adrian si avvicinò per sussurrargli qualcosa all’orecchio. Amanda sentì che chiedeva: – E hai mai trovato dei tesori nascosti?

– Purtroppo no, ma potremmo cercarli insieme, che ne dici?

– Evvai! – esclamò il bambino. – Oh, mamma! Questa casa è super mitica!

– Sai che c’è anche un grande giardino sul retro? Va’ a vedere, ti accompagnerà la nonna – suggerì il nonno, e il bambino sembrò fuori di sé dalla gioia. Jeroen lo rimise a terra, e il piccolo sgambettò fuori per vedere coi suoi stessi occhi quanto fosse meraviglioso il giardino di cui aveva appena scoperto l’esistenza. La giovane donna guardò suo figlio allontanarsi. Il padre le andò vicino, indicandogli la bambina. – Vuoi darla un po’ a me?

– No, va bene così – rispose lei, accarezzando i capelli della piccola.

– Hai bisogno di riposare.

Con riluttanza, Amanda gli passò la figlioletta. Nel movimento, la bimba si svegliò. E si guardò attorno, incuriosita. Aveva aperto per la prima volta gli occhi nella sua nuova casa, ed era circondata di azzurro.

La villa al numero 4 di White Roses Road, che tutto il vicinato chiamava ancora “La vecchia villa Van Doorn”, era rimasta senza inquilini da quando Janneke Van Doorn, madre di Jeroen, era deceduta. Il figlio Jeroen era stato restio a venderla, e col senno di poi, fu felice di non averlo fatto. Lui e Phyllis ci erano tornati spesso nei periodi estivi, per tagliare l’erba e godersi mare e spiaggia, ma la casa era talmente grande e bella che utilizzarla solo per le vacanze gli era sempre sembrato uno spreco. Quando Amanda, all’inizio dell’anno, aveva manifestato il desiderio di lasciare New York e ricominciare da zero la sua vita, quella di regalare la casa a sua figlia gli era sembrata la soluzione più brillante.

Erano ancora nel vecchio appartamento di Amanda, e lui e sua moglie non erano più andati via dalla notte in cui Jeff aveva aggredito Lene.

– Restare qui è troppo pericoloso – aveva sentenziato Lene, il volto livido in seguito allo scontro avvenuto poche settimane prima.

Amanda era silenziosa, pallida. I suoi capelli rosso fuoco contrastavano quasi spettralmente con la sua figura. Vedere la sua bambina ridotta in quello stato gli aveva spezzato il cuore.

– Dovresti venire con, ad Hartford.

– No – aveva risposto Amanda, stringendosi di più nel grosso maglione di lana che indossava.

– Ma perché no? Puoi venire a stare da me e Quinn, o da mamma e papà, e potremmo proteggerti!

– E rischiare di vederti morta, la prossima volta? – aveva chiesto lei, con la voce rotta. – Non voglio che ti aggredisca di nuovo, non potrei sopportarlo.

Lene aveva battuto la mano sul tavolo, irritata. – Ti stai davvero colpevolizzando per quello che ha fatto quel pezzo di merda?

– Quel pezzo di merda è mio marito. Sono io che ti ho esposto a un pericolo simile.

– Non è vero, Amanda – aveva detto lui. – Non puoi colpevolizzarti per quello che ha fatto Jeff.

Sua moglie Phyllis era chiusa in camera con i bambini, tentava di farli riposare. Erano ancora troppo spaventati e scossi, per dormire da soli. Fissò gli occhi in quelli della figlia e disse quello che doveva: – Perché non vai a Starbright Beach?

– Papà, sei impazzito? Fin laggiù? – Lene aveva sgranato gli occhi, incredula. – In quella trappola per topi?

– Non è una trappola per topi, è la città in cui sono nato e cresciuto.

– Papà… – aveva mormorato Amanda, incerta.

– Potresti trasferiti nella vecchia casa dei nonni.

– Io… non saprei. Come farei col mio lavoro?

– La tua azienda non ha anche una sede a Los Angeles?

– Sì… sì, ce l’ha – aveva risposto lei.

– Starbright Beach è a meno di cinquanta minuti da Los Angeles, è sul mare. Senza contare a quanto spazio avreste a disposizione, rispetto a questo appartamento striminzito.

Amanda Van Doorn era nata e cresciuta a Hartford. A diciannove anni si era trasferita a New York per studiare e lavorare. Nella sua vita aveva abitato in due città decisamente più grandi e più popolate, mentre Starbright Beach era piccola, contava poco più di ventimila abitanti, e secondo sua sorella Lene era troppo calda, in qualsiasi periodo dell’anno.

Lene non amava molto la California e, a differenza sua, non avrebbe mai potuto abbandonare le temperature del New England, ma Amanda, invece, aveva sempre adorato la vecchia casa dei nonni. Era un luogo in cui era stata felice, spensierata. Magari un po’ di spensieratezza avrebbe potuto aiutarla davvero, ora che si sentiva troppo più vecchia dei suoi 28 anni. E adesso era lì.

All’improvviso, il ricordo del volto di sua sorella, tumefatto e livido la colpì. Sentì rimbombare nella testa le urla di Adrian. Le mancò il fiato. Guardò terrorizzata la bambina e incontrò i suoi occhi verdi.

– Amanda, cosa c’è? – chiese suo padre, allarmato.

Le labbra della ragazza tremarono. – Papà, ti prego, ridammela.

Riprese la piccola, mentre le lacrime cominciavano a scivolarle sul viso. Suo padre abbracciò entrambe. – Va tutto bene, figlia mia.

La manina della bimba si avvicinò al viso di Amanda. – Mamma bua?

– Non è niente, amore – disse lei con la voce rotta. Respirò a fondo, cercando di calmarsi. – Ti piace la nuova casetta?

La piccola alzò la testa e sollevò le braccine. – Tutto blu!

– Be’, questo colore in realtà si chiama azzurro. È un po’ più chiaro del blu.

Lei annuì, per indicare che aveva capito.

– Azzurro – disse, con convinzione. Ripeteva spesso quello che diceva sua madre, cercando di imitarla al meglio delle sue capacità. Il nonno la guardò impressionato.

– Certo che parla davvero bene, per la sua età.

– Impariamo ogni giorno qualcosa di nuovo, vero?

– Nuovo! – gridò la bimba, allegra.

– Proprio così, qualcosa di nuovo – ripeté Lene. Era comparsa sulla porta e li guardava commossa.

Si asciugò velocemente una lacrima e portò le mani ai fianchi. – Adrian ha detto che vuole costruire un castello nel giardino. Pensavo doveste saperlo.

– Vedremo cosa si può fare – fece il nonno, ridendo.

– Mamma, giù! – suggerì la bambina, e lei la lasciò andare controvoglia.

I piedini si mossero sul pavimento mentre la piccola continuava a studiare l’ambiente circostante. I suoi passetti la portarono a esplorare l’intero piano e la madre la seguiva con lo sguardo. Si sforzò per non correrle dietro e riprenderla in braccio, ma sentiva il battito impazzito. Dalla sera in cui Jeff aveva fatto irruzione nell’appartamento e portato via la bambina, Amanda aveva sviluppato una terribile ansia all’idea di staccarsi da lei.

– Sta bene, Ames – sussurrò Lene, e lei fece un debole cenno d’assenso.

– Tesoro, perché non vai a stenderti un po’? – suggerì Jeroen, mentre Amanda controllava la bambina che adesso avanzava verso la cucina.

La sua camminata oscillava di tanto in tanto. Arrivò alla porta che dava sul giardino sul retro e provò a spingerla.

– Chiusa!

Amanda fece per avanzare, ma sua sorella la fermò. – Ci penso io, Ames. Tu vai di sopra e cerca di riposarti. Noi pensiamo a scaricare l’auto.

– I bambini… – mormorò lei. Suo padre le avvolse le spalle con un braccio.

– I bambini sono in ottime mani.

Non protestò. Si avviò alle scale, guardò Lene aprire la porta a sua figlia. La bimba uscì fuori, prendendo la mano della zia. Respirò a fondo e salì. C’erano quattro camere da letto, una matrimoniale e tre singole, tutte arredate, e un lussuoso bagno, più grande di quello che c’era al piano di sotto, tra il salone e il vecchio studio del nonno.

Entrò nella camera matrimoniale e si gettò sul letto. Afferrò il cuscino e chiuse gli occhi. Sentiva le risate dei bambini provenire dal giardino. Il suo respiro si regolarizzò. Poi si trovò a camminare per la casa, e vide sua nonna Janneke su una sedia a dondolo. Stringeva al petto un neonato. Di fronte a lei, un tavolo su cui fumava la sua solita tazza di tè pomeridiana, e un biscotto adagiato su un piattino.

– Oma, vuoi che apra le tende? È così buio qui dentro…

Ma lei pareva non averla sentita. Cullava il bambino, cantandogli una vecchia ninnananna olandese. La sua voce dolce intonava: “slaap, kindje slaap, daar buiten loopt een schaap, daar buiten loopt een bontekoe, het kindje doet zijn oogjens toe”. Era la canzone che cantava sempre a lei e sua sorella, per farle addormentare.

Provò un’immensa tristezza, guardando quella scena. Avanzò verso di loro, e la nonna alzò il viso rotondo. – Oma, wil je dat ik de gordijnen open doe?

Pensava che le avrebbe detto che il suo accento era sempre troppo americano, ma lei ignorò ancora una volta la sua domanda. I suoi occhi azzurri e penetranti erano fissi su sua nipote. Le sorrise, e le chiese perché stesse piangendo. Amanda si toccò il viso, e i suoi polpastrelli si bagnarono di lacrime. Si avvicinò di più, ma era come se fosse sempre troppo distante per avvicinarsi abbastanza. Non vide il viso del bambino. Era avvolto in una copertina, e sembrava tanto piccolo, fragile.

– Chi è questo bambino?

Ma nonna Janneke non rispose. Riprese con la sua ninnananna, come se volesse tranquillizzarlo, eppure lui non stava piangendo, anzi, a guardarlo meglio sembrava che il neonato non si muovesse affatto. Amanda allungò una mano, mentre la nonna sussurrava: “Alles komt goed. Niet huilen”.

Andrà tutto bene. Non piangere.

Aprì gli occhi e stentò a riconoscere le pareti della sua nuova camera da letto. Era calata una notte placida, e dal piano di sotto arrivava un allegro vociare, rumore di piatti e posate. Sentì profumo di pizza. Si alzò, stiracchiandosi piano. Per quante ore aveva dormito?

Andò in bagno e si lavò il viso. Si accorse che gli asciugamani erano già stati sistemati, probabilmente da sua madre. Scese al piano di sotto. La stanza era illuminata dalla luce del lampadario.

– Ce ne hai messo di tempo per svegliarti, eh? – la canzonò sua sorella, dando un morso a una fetta di pizza.

– Mamma! – disse Adrian, balzando dalla sedia e correndole in contro. Lei abbracciò forte suo figlio. – Guarda, nonno ha preso la pizza! Vieni, c’è la tua preferita!

La donna prese la mano del bambino e si avviarono alla tavola, sedendo uno di fianco all’altra. Amanda vide sua figlia seduta in un seggiolone, il musetto sporco di pappa.

– Ha voluto mangiare da sola, non c’è stato verso di farle cambiare idea. Un anno e mezzo, ed è già così testarda! – esclamò sua nonna, la bambina si girò a guardarla.

– Tessarda – disse la bimba, provando a imitarla.

– Testarda – la corresse Amanda, scandendo le parole, mentre le puliva la bocca con un tovagliolo.

– Che vuol dire testarda? – chiese Adrian, mentre sua madre gli porgeva un’altra fetta di pizza.

– Una persona testarda è una persona che vuole fare sempre di testa sua – spiegò Amanda, e suo figlio annuì.

– Come papà?

Tutti ammutolirono. Adrian morse la sua fetta di pizza, e provò a chiedere di nuovo: – Anche papà fa di testa sua, vero? Per questo ce ne siamo andati dalla vecchia casa.

Jeroen sospirò. – Sì, Adrian. Possiamo dire che anche il tuo papà è una persona testarda. Però in un modo diverso, rispetto alla tua sorellina.

– Le persone testarde come papà picchiano le altre persone?

Amanda ripensò al visino terrorizzato di suo figlio, quella maledetta sera. Quante ne aveva passate in soli cinque mesi, il suo povero bambino. Aveva assistito a suo padre che sfondava la porta di casa, picchiava sua zia, lasciandola svenuta col viso sanguinante. Si era nascosto sotto il letto, facendo silenzio. E l’aveva visto prendere la sua sorellina e portarla via. Come si spiega a un bambino una cosa del genere? Come si fa a guardarlo negli occhi e dirgli che suo padre è un uomo pericoloso, e per il suo bene, deve stare lontano da lui?

– Ade, sai… certe volte, i grandi si comportano molto male – disse Lene, e versò della cola per sé e per il bambino. Ad Amanda ricordò la scena di due vecchi amici, seduti al bar. – E fanno cose che non dovrebbero fare.

– Papà ti picchierà ancora? – chiese lui, preoccupato.

– Non mi picchierà mai più, non toccherà più nessuno di noi. Mi credi?

Lui annuì.

– Adrian… – mormorò la madre. – C’è qualche motivo per cui lo chiedi?

– No… è solo che adesso viviamo in un’altra casa.

La donna non capì subito cosa intendesse il bambino. Poi però riuscì a comprendere. – E ti senti più al sicuro, qui?

Lui annuì. – Non la porterà più via, vero?

Amanda si alzò e si inginocchiò di fronte ad Adrian. Accarezzò i suoi capelli lisci e castani, e poi il suo visino. – No, Ade.

– Io pensavo che… se succedeva qualcosa… era colpa mia.

Strinse forte suo figlio. – Non è mai colpa dei bambini, se gli adulti fanno cose brutte.

– Perché lui ha fatto male a zia Lene… e io…

– Non è stata colpa tua, Ade. Capito? – fece Lene, alzando il bicchiere di cola. – Cosa ti avevo detto, prima che papà entrasse in casa, ti ricordi?

– Nasconditi.

– E tu che hai fatto?

– Mi sono nascosto – rispose lui, e Lene gli fece l’occhiolino.

– Questo è il mio campione.

– Sei stato molto bravo, giovanotto – disse il nonno, e alle sue parole il bambino sembrò gonfiarsi di orgoglio.

– Papà non ci vuole più bene, vero, mamma?

Amanda ripensò alla faccia di suo marito il giorno in cui Adrian era venuto al mondo. Lo aveva sollevato e aveva detto che quello era il momento più bello della sua vita. Solo cinque anni prima. Ricordava il suo viso sorridente.

“Secondo te mi somiglia? Ha i miei occhi!”

Ripensò a quando avevano scoperto di aspettarlo. Lui inginocchiato di fronte a lei.

“Amanda, vuoi sposarmi?”.

La prima volta in cui l’aveva visto. Quel locale universitario, lui appoggiato al pianoforte, era bello, diabolico.

“Mac. Mi chiamo Mac. In realtà è il mio nome d’arte, mi fa sembrare uno tosto. Quando studio legge, invece, mi chiamo Jeff.”

Un mese dopo, stavano già insieme. E in un attimo tornò alla sera in cui Jeff aveva perso il lavoro. A quella in cui era tornato a casa ubriaco. A quella in cui la prima ragazza aveva chiamato per cercarlo, a tutte le altre. Lei mantenne un’espressione solida di fronte al bambino e appoggiò la fronte alla sua.

– Ade, certo che il tuo papà ti vuole bene.

– E allora perché ha fatto tutte quelle cose brutte? Perché lui non è venuto nella casa nuova?

– Be’, perché lui adesso è molto impegnato. Però ci sono io. E poi c’è zia Lene, e ci sono i tuoi nonni.

– Ma i nonni e zia Lene se ne vanno la settimana prossima – precisò lui, un po’ triste. Sua madre allontanò la fronte dalla sua e gli sorrise, incoraggiante.

– Vorrà dire che resteremo noi tre – Gli prese le mani, e il bimbo alzò il viso, guardando la donna negli occhi. – Anche così possiamo essere una famiglia, sai?

Lui annuì. – Io sono contento, mamma, se… se papà non viene più da noi.

– Tranquillo, Adrian. Non devi più avere paura di niente. La mamma ha tutto sotto controllo – disse Lene, scambiando un’occhiata con la sorella. – Tu hai una mamma davvero super.

– Sì, lei è la mamma migliore di tutto il mondo! – Il bambino si lanciò al collo della mamma, che gli baciò la guancia.

Adrian dormiva profondamente accanto a lei, ed era ormai notte fonda. La luce della luna illuminava la stanza con la sua luce pallida e bluastra. La manina della figlia si strinse attorno al suo dito. La guardò in viso e vide che era sveglia.

– Non riesci a dormire, eh? – bisbigliò, lei scosse la testa. – Le case nuove possono fare quest’effetto. Bisognerà abituarsi.

Le tornò in mente la ninnananna che aveva sognato proprio quel pomeriggio, quella di nonna Janneke. Iniziò a canticchiarla alla bambina, accarezzandola piano. Era talmente bella da sembrare una bambola. E le sue palpebre piano piano scivolarono in basso, chiudendo le sue finestre sul mondo.

Ripensò alle sensazioni provate non appena arrivata sul vialetto della villa, quella mattina. Sul momento non avrebbe saputo stabilire con precisione se dentro avesse avuto più felicità o tristezza, ma adesso lo sapeva. Suo figlio si era sentito di nuovo al sicuro dopo chissà quanto. Avrebbe fatto di tutto perché Adrian tornasse a essere sereno. E perché loro fossero sempre protetti.

Quel giorno, Amanda Van Doorn aveva varcato una nuova soglia. E lui non c’era. E sapeva che adesso erano veramente a casa. Baciò la fronte della bambina, che si era assopita.

– Buonanotte, Angel.

 

Dodici: La serie

Prima pubblicazione digitale 2021-2022 su www.amaliamarro.it

Prima edizione integrale digitale novembre 2023 Self-published

Nuova edizione digitale 2026 su www.amaliamarro.it

Editor: Gloria Macaluso

Immagine di copertina by Canva.com

 

nota dell’autrice:

Ciao,

questo racconto fa parte di una raccolta, composta da dodici episodi, che arriveranno su questo sito a cadenza mensile;

grazie per averlo letto!

A presto!

(Tempo di lettura: 14 minuti e 11 sec)

TW: linguaggio sessista; linguaggio esplicito; tradimento; fumo

Starbright Beach, Los Angeles, California

 

Edge Baker si coprì gli occhi con la mano, poi la passò su tutto il viso, come se quel movimento potesse cancellargli la faccia. Appoggiò la schiena al furgoncino di Nick, prese il pacchetto di Camel Orange che aveva nella tasca e lo aprì, portandosi una sigaretta alle labbra.

Ne offrì una anche a lei, che rifiutò. – Bene, fumare fa schifo.

Tirò la testa all’indietro, e l’accese. Fece una risatina incredula, e lei lo guardò incuriosita.

– Perché ridi?

– Mi domandavo se avessi dovuto prenderti la mano, quando siamo usciti dal locale – continuò a ridacchiare. – Sai, per una questione di buonsenso.

Si fermò per aspirare una grossa boccata di fumo.

– Buffo, no? Pensare al buonsenso, proprio adesso.

Lei si grattò la testa, i suoi capelli biondi erano ancora sfatti, il viso leggermente arrossato sulle guance. – Ti senti in colpa?

La sua risata si fece fredda, amara. – No, riesci a crederci? Dopo quello che ho fatto, non mi sento nemmeno in colpa. Dio, quanto faccio schifo… – Fumava, riflessivo. Dopo una manciata di secondi, borbottò: – Credo proprio di essermi guadagnato un biglietto di sola andata per l’inferno, stasera.

– Edge, abbiamo perso il controllo… può succedere – disse la ragazza, stretta nelle spalle. E allora ogni traccia di divertimento, per quanto fredda, sparì dal suo viso.

– Non raccontarti questa stronzata, Eve – fece severo. – Sapevamo benissimo quello che stavamo facendo. E se solo fosse stato brutto, insoddisfacente… ecco, forse ora mi sentirei meno di merda – Lanciò via la sigaretta, schiacciandola col piede destro per spegnerla. – E invece ho scopato con la ragazza del mio migliore amico, mi è piaciuto da morire, e poi mi sono chiesto se avessi dovuto prenderle per mano, per buonsenso.

Lei si avvicinò a lui, e parlò con tenerezza: – Lo volevamo troppo, abbiamo aspettato fino a che abbiamo potuto.

– Aver aspettato non ci rende certo persone migliori.

– Lo so, ma forse non m’importa di essere una persona migliore.

Edge sollevò il mento della ragazza, avvicinando le labbra alle sue. – Perché devi essere così bella, eh?

Si sporse in avanti, baciandolo, mentre lui la stringeva a sé.

– Avrei dovuto prenderti per mano, prima. Scusami, ero davvero frastornato.

– Va bene anche così, lo capisco – Continuarono a baciarsi, contro il furgoncino. – Vuoi venire a casa mia? I miei sono via fino alla settimana prossima. Non c’è nemmeno mia sorella.

– Mi stai davvero invitando a casa tua?

La ragazza annuì.

– Cosa siamo adesso, quindi? – chiese lui, il tono riacquistò una vena ironica. – Amanti?

– Non lo so, Edge. So solo che voglio passare la notte con te. E tu?

– Non credo di aver desiderato mai così tanto qualcosa, prima – La baciò ancora sulle labbra. – Vado a salutare i ragazzi, gli affido il basso e torno da te. Aspettami qui.

 

Le diede le spalle e si avviò all’ingresso del locale. Era arrivato lì alle cinque del pomeriggio pensando solo che avrebbe presentato il suo primo EP, non certo che avrebbe anche gettato la sua anima alle ortiche. Dopo tutto il lavoro che c’era stato, interi weekend passati a comporre e provare nella cantina a casa di Gus, i Diving Jack avrebbero suonato i loro brani. Quelli scritti con le proprie mani, non più cover o pezzi di altri, e l’avrebbero fatto su un palco vero. Si era sentito euforico, mentre le sue dita colpivano con precisione la paletta del basso elettrico. E poi aveva incontrato gli occhi di lei, nella folla. Due lampi viola in mezzo a tutto il resto. E gli avevano scatenato dentro un demone famelico e spietato.

Edge aveva sperato con tutte le sue energie che se ne andasse, di non restare da solo con lei. Ma non era successo.

Si fermò a osservare l’insegna del Beep Hop. Un alone giallo circondava il filo al neon che componeva la scritta, e brillando sullo sfondo della notte, gli sembrò la luce di un faro. La nave in tempesta dov’era? Si voltò a guardare la figura di Evis, in lontananza. Anche lei era illuminata dalla luce di un lampione. Una fiamma oppure un faro? Era forse lei, la nave in mezzo ai flutti, con le vele rotte, il timone impazzito? Oppure, ne era il capitano, e quello alla deriva nel bel mezzo del naufragio, aggrappato a un appiglio meraviglioso e terribile, era lui?

Tornò a guardare la scritta. Il bagliore cancellava le tracce celesti. Non c’era una stella polare. Non c’era una direzione da seguire.

Aprì le porte ed entrò. C’erano solo pochi avventori, adesso. Forse una decina di persone, tra cui Gus e Nick, che stavano smontando le ultime cose, sul palco. A passi pesanti, si trascinò verso i suoi compagni di band. Avrebbe dovuto essere la loro sera, l’esordio dei Diving Jack nel mondo della musica emergente, l’inizio di un sogno insieme. E lui, invece, si era gettato a capofitto nelle fauci di una voragine insanabile che non aveva niente a che fare con la band e con la musica emergente. Il suo sogno era passato in secondo piano? Aveva permesso questo, dimenticatosi completamente del perché fosse arrivato lì, alle cinque del pomeriggio?

Cosa avrebbe ricordato di quella notte? L’inizio della storia dei Diving Jack, o il punto più basso mai toccato dalla sua condotta morale?

– Baker, ma che diavolo di fine avevi fatto? – chiese Gus, più curioso che seccato. Edge saltò sul palco, e lo aiutò a mettere via i cavi.

– Evis… doveva parlarmi di una cosa importante – bofonchiò lui, con scarsa convinzione. Gli altri due si scambiarono uno sguardo eloquente.

– Amico… – fece grave Nick, era seduto sul seggiolino della batteria, svitava i bulloni dei suoi piatti. – Che diavolo hai combinato?

– Sei stato parecchio in bagno, prima – insinuò Gus, chiudendo la custodia della sua chitarra. – Non eri solo, vero? Cioè, figurati, non ti giudicherei mica, una battaglia cinque contro uno fa sempre bene all’anima, ma tu non eri solo, giusto?

– I-io… –  balbettò Edge, passandosi una mano tra i capelli. Si accorse che tremava. –No, non ero solo.

– Evis? – chiese Gus, sconvolto, con gli occhi sgranati. – Quindi ti sei davvero scopato la biondina? Non ci credo!

Gli diede una pacca forte sulla spalla.

– Hey Nick, mi devi dieci dollari.

– Avete scommesso su questa cosa? – fece Edge, sgomento.

– Certo, bello – rispose, con un sorrisone. – Sapevo che il mio Edge non mi avrebbe deluso. Ma cos’è quella faccia? Dovresti essere contento di aggiungerla alla tua lista, Evis è almeno un dieci pieno.

– Smettila di dare voti alle ragazze, è rivoltante – disse Nick, mentre sistemava gli ultimi pezzi della batteria.

– Nick – mormorò Edge, lui lo fulminò con lo sguardo.

– Anche tu sei rivoltante – disse quello, lapidario. – Andiamo, è la ragazza di Ray.

– Non so perché l’ho fatto.

– L’hai fatto perché tu ragioni con quel coso che ti ritrovi tra le gambe – aggiunse il batterista. – Edge, che diamine, è il tuo migliore amico.

– Oh Nicky, hanno diciassette anni! Nessuno dovrebbe avere una ragazza fissa a diciassette anni – aggiunse Gus, con noncuranza.

– Io ce l’avevo – disse lui, con aria di sfida.

– Sì, be’ guarda un po’, ti ha tradito, e ci hai messo tre anni per ricominciare a uscire con qualcuna. O sbaglio? – rispose Gus, allargando le braccia; poi si rivolse a Edge: – Amico, per quello che conta, io non ti trovo affatto rivoltante. Cioè… si tratta di Evis, è tipo il sogno proibito di chiunque abbia gli occhi. A parte Nick, vero? San Nick non mette i voti alle ragazze.

Nick lo ignorò, concentrato su piatti e pezzi della batteria.

– Lei ti ha dato in mano le chiavi del paradiso, e tu le hai usate. Che c’è di male?

– Ehm, pronto? – sbottò Nick, con fare ovvio. – C’è di male che Ray è il suo migliore amico. Devo ripeterlo?

– Ray se ne farà una ragione, è un ragazzo intelligente. Edge è un musicista, uno spirito libero, la passione non è una roba che puoi controllare. Lui ha semplicemente seguito il suo esprit.

– Il suo esprit voleva che si trasformasse in un bastardo traditore? – chiese il batterista, l’altro fece schioccare la lingua, seccato.

– Senti, non è detto che Ray debba saperlo – liquidò Gus, e passò a chiedere a Edge i particolari, ma lui restava muto a fissare Nick. Quello se ne accorse, ma evitò di guardarlo negli occhi.

– Non guardare me, Edge. Non è compito mio assolverti.

– È una che grida, eh? L’abbiamo sentita fino a qui. O sei bravissimo o è una che si accontenta di poco – scherzò Gus, dandogli delle gomitate, mentre Nick chiudeva le borse e si avviava a caricare il furgone, senza degnarli più di uno sguardo.

– Lascialo perdere, Edge. Nick è un bacchettone rompicoglioni – Gus alzò le spalle. – Allora? Quant’è stato incredibile, vuoi dirmelo o no?

– Gus, non posso credere di averlo fatto sul serio. Perché diavolo dovevo farlo?

– Perché quella lì è una bomba sexy, e perché te l’ha servita su un piatto d’argento. E adesso dov’è? – fece lui, guardandosi intorno. – Dov’è la bella bimba?

– Mi aspetta fuori… vuole che… – Edge sospirò. – Vuole che vada a dormire da lei.

– Sì, immagino dormirete parecchio – Gus scoppiò a ridere. – Dammi il basso, puoi venire a prenderlo da me domani, dopo scuola.

Edge riprese il basso, lo ripose con cura nella sua custodia. Ripercorse in un istante cos’era successo da quando aveva posato il basso, dopo l’ultima canzone. Lo scroscio di applausi. Le chiacchiere, il vociare, la gente che ballava e beveva. I suoi amici seduti a un tavolo, tutti lì per lui. Dopo il concerto, però, erano andati via.

“Amico, mi sa che Evis è ancora qui”. Gus che gliela indicava. Lei che gli chiedeva, sottovoce. “Edge, possiamo parlare?”. Come avevano fatto a ritrovarsi nudi contro la porta di un bagno solo dieci minuti più tardi? La voce di lei che invocava il suo nome gli fece mancare il respiro.

– Edge? Ma mi ascolti?

– Cosa? – fece lui, riscuotendosi. Gus scoppiò a ridere.

– Niente, ti chiedevo se avessi usato le precauzioni.

Le precauzioni. Buon Dio, le aveva usate? Non ne era nemmeno sicuro. Aveva un vago ricordo di cos’era successo prima di spogliarsi. Tutto il sangue pareva aver abbandonato il suo cervello per fiondarsi a irrorare la zona pelvica. Poi gli tornò in mente che sì, le aveva usate, e per essere precisi: Evis gli aveva messo un preservativo addosso. Si prese a schiaffi da solo.

– Edge, smettila! – Gus gli afferrò le mani. – Smettila, okay?

– Gus, Cristo, che cazzo ho combinato?!

– Non lo stai realizzando solo adesso, vero? – chiese quello, seriamente preoccupato.

– Ray… oddio, Ray! Questo lo ucciderà. Come ho potuto? Come?!

– Senti, non ti preoccupare. Ray non c’era, non lo saprà mai. Puoi contare sul nostro silenzio, Nicky è un bigotto, ma è tuo amico e non ti tradirebbe mai – rassicurò quello.

– Non sono certo te – disse Nick, comparendo alle loro spalle.

– Nick, ho fatto un macello – mormorò Edge, sconvolto.

– Già – confermò lui, ostile. – Evis ti sta aspettando fuori. L’ho trovata vicino al mio furgoncino. Sbrigati, accompagnala a casa.

– Io—

– E poi vai dritto a casa tua – sentenziò il batterista, puntandogli contro un dito. – Chiudi questa storia prima di farti male seriamente.

– Sì, farò così – rispose lui, facendo un cenno di assenso. – L’accompagnerò a casa. Metterò in chiaro che non succederà più. Non deve succedere più.

– Quindi stai rinunciando a una notte di fuoco con quella dea? – chiese Gus, scioccato. – Sei diventato pazzo, Edge?

– Gus, piantala – intimò Nick, lui lo guardò con tanto d’occhi.

– Nicky, io ed Edge siamo veri uomini. Non cercare di trasmetterci questo… – La sua mano si mosse davanti a Nick, quasi come per scacciare delle mosche invisibili davanti alla sua faccia. – Qualunque cosa ti impedisca di essere un vero uomo – Si rivolse a Edge: – Amico, ti prego, a nome di tutti gli uomini eterosessuali del mondo, non dargli ascolto.

– Gus, ti rendi conto che anche Ray va a letto con lei, vero? – chiarificò Nick, ed Edge impallidì.

– Be’, non dev’essere un granché, se lei ha cercato Edge – disse Gus.

– Non fate paragoni sessuali tra me e Ray, potrei vomitare – Edge si coprì il volto con le mani, sentiva il sudore imperlargli la fronte.

– Edge, hai fatto un macello, ma non è tutto perduto. Fa’ in modo di chiuderla qui, e vedrai che sarà possibile arginare il danno – aggiunse Nick, per la prima volta incoraggiante dall’inizio di quella assurda conversazione.

– Okay – annuì lui. – Farò come dici tu.

– Che spreco – concluse Gus, scuotendo la testa sconsolato, mentre Edge usciva per tornare dalla ragazza.

– Tutto bene? Sei stato via parecchio… – disse Evis, accarezzandogli il viso.

– Sì, ecco… ho aiutato i ragazzi a mettere tutto a posto. Andiamo – Edge la guidò fino alla sua moto, passandole un casco. L’avrebbe accompagnata a casa e poi sarebbe filato via, seduta stante.

Sentì che lei si stringeva forte a lui, e desiderò restare in quell’abbraccio per sempre. Senza doverla lasciare, e dirle che non ci sarebbe stato più nulla tra loro.

Imboccò il vialetto di casa Bishop. Le luci dell’intero quartiere erano spente. Regnava il silenzio, rotto soltanto dal rombare della moto. Parcheggiò, ma restò ancorato alla sella. Sentì che lei scivolava giù con grazia, slacciandosi il casco.

– Che fai?

Non rispose. Non la guardò. Lei fece il giro e lo fronteggiò.

– Edge?

– Non posso.

– Non puoi cosa?

– Fare sesso con te.

Lei fece un sorrisetto malizioso. – Mi sa che per quello è un po’ tardi.

– Intendo di nuovo. Non posso, dobbiamo chiuderla qui.

– È quello che vuoi? – chiese lei, nella sua voce non c’era impazienza o rabbia. Anzi, il suo tono era dolce, comprensivo. – Se è quello che vuoi, va bene.

– Non è quello che voglio – rispose, con sincerità.

– E allora cosa vuoi?

Lui alzò lo sguardo e incontrò quello di lei. – Quello che voglio io non conta.

– Perché?

– Perché tu sei la ragazza del mio migliore amico – disse, sconfortato. – Non voglio peggiorare le cose.

– Nemmeno io voglio ferire Ray – aggiunse lei, prendendogli una mano. Intrecciò le dita a quelle di Edge. – Lui è così dolce… un ragazzo affidabile, non certo come te.

Lui fece una risatina. – Io sono proprio uno stronzo.

Evis rispose con un sorriso bellissimo.– Già. Soprattutto perché sei ancora qui.

– Dovrei andarmene.

– Forse dovresti, ma non lo farai – sentenziò la ragazza. – Non vuoi farlo, e non dovresti costringerti.

– Sì, è proprio quello che dovrei fare – Scese dalla moto, lanciò il casco sul prato e afferrò Evis per i fianchi.

Iniziarono a baciarsi e svestirsi ancor prima di chiudere la porta di casa. Avvinghiati, arrivarono al piano di sopra per gettarsi sul letto della sua cameretta. Salire le scale in quella posizione si rivelò un po’ difficile, ma nessuno dei due si staccò dall’altro. La stanza di Evis aveva le pareti rosa, ed era disseminata di sue foto. Sul suo comodino, ce n’era una in cui era insieme a Ray, scattata la sera dell’ultimo ballo di fine anno.

– Potresti…

Lei si voltò e vide la foto. L’abbassò. – Fatto.

– Grazie. La tua stanza è orrida, comunque. Sembra una fabbrica di caramelle alla fragola.

– La prossima volta mi farai vedere la tua.

Ripresero a baciarsi con più foga, e ormai non indossavano più nulla.

– Mi stai dicendo che ci sarà anche una prossima volta?

– Lo sai tu come lo so io.

Lo sapeva, e dentro di sé chiese scusa a Nick, perché non volle scappare. La prese tra le braccia, e insieme si tuffarono dritto nel mezzo di quella tempesta. E capì che forse nessuno dei due era un capitano; né lui né lei tenevano il timone. Entrambi non erano altro che relitti dalle vele strappate, e i loro corpi uniti le disintegrarono, lasciandone solo brandelli, pezzi di stoffa abbandonati tra le onde. Le braccia e le gambe divennero flutti, e ogni bacio condannava a morte un nuovo naufrago, spingendolo giù, dove non c’era più aria. La sua voce gemeva e sembrava vento pronto a infrangere la prua di un’intera nave. Il legno distrutto scivolava nella sua tomba marina, così come anche loro, scivolando negli abissi, erano affondati. Si schiantarono sulle sabbie immerse nel cuore dell’oceano, nelle acque nere sgorganti dalle loro colpe. Nessun faro aveva potuto salvarli.

Dentro di lei aveva messo a tacere ogni scrupolo, e dimenticò quell’insegna gialla, e la luce di quel lampione. E pensò che non gli importava più neppure dell’inferno, e che non gli importava di niente, adesso.

 

Edge si svegliò alle prime luci dell’alba. La testa di Evis sul suo petto nudo. Realizzò che doveva correre a casa subito, e fingere di averci anche dormito. Cercò di svegliarla dolcemente. Evis aprì gli occhi e lo guardò.

– Edge – disse lei, con una voce dolcissima, accoccolandosi di più a lui. – …che ore sono?

– Le quattro e mezza – sussurrò, baciandole la testa. I suoi capelli profumavano di vaniglia. – Devo andare a casa, non avevo detto ai miei che passavo la notte fuori.

– Dai, resta qui, con me… – piagnucolò lei, abbracciandolo.

Edge sorrise, la baciò sul collo, pensando quasi di starla a sentire, però si fermò. – Dobbiamo andare a scuola – rise, mentre lei continuava ad aggrapparsi al suo corpo, per non lasciarlo alzare.

– Non ci vado oggi, sono troppo felice!

– Be’, io devo andarci oppure mio padre mi ammazzerà.

– Cos’è, adesso diventi un bravo bambino e segui le regole? – canzonò lei.

Edge si voltò a guardarla. Era avvolta tra le lenzuola bianche, aveva ancora quel suo sorriso magnifico. – Tornerò oggi pomeriggio.

– Lo giuri?

– Lo giuro. Eve… – Edge le prese la mano, guardandola dritta in volto. – Ray non lo verrà mai a sapere, vero?

– Mai. Te lo prometto.

– D’accordo – Baciò le sue labbra un’ultima volta e poi si lanciò fuori, correndo come un forsennato verso casa. Rientrò, sperando di non beccare suo padre ma purtroppo lo trovò arrabbiato, piantato di fronte all’ingresso.

– Edgar Gregory Baker. Sai che ore sono?

– Ero coi ragazzi… ho perso la concezione del tempo, mi dispiace.

– Dai, Greg, lascialo stare – mormorò Caroline, la matrigna. Edge la guardò con gratitudine.

– Edge, sei in punizione! Le responsabilità sono importanti, e tu non puoi—

La moglie di suo padre lo interruppe: – Greg, Edge deve andare a scuola tra poche ore. Ha bisogno di dormire almeno un po’.

L’uomo si fermò, sospirando. La donna fece cenno ad Edge di correre in camera sua e lui colse al volo l’opportunità. Si chiuse dentro e ignorò i suoi che discutevano. Grazie a Dio, poteva sempre contare su Caroline. Si spogliò e mise il pigiama, infilandosi sotto le coperte. Il suo cellulare s’illuminò. Era Evis. Voleva sapere se era tutto a posto. Che cosa avrebbe dovuto rispondere a parte “Sì”? Ma era davvero tutto a posto?

Guardò il soffitto, ripensando alla notte folle appena trascorsa, mentre il sole dava inizio a una nuova giornata. Di lì a poco, avrebbe guardato negli occhi il suo migliore amico, dopo averlo tradito, e gli avrebbe mentito. Per la prima volta nella sua vita. Quell’idea gli strinse la gola. Non riuscì a chiudere occhio. Si alzò e andò a prepararsi, fiondandosi nella cabina doccia. S’illuse che il getto d’acqua bollente potesse purificare il suo corpo, le sue mani e le dita che avevano sfiorato la morbidezza della sua pelle proibita. Strinse le palpebre. Spense l’acqua. Non si era mai sentito tanto sporco.

 

 

Dodici: La serie

Prima pubblicazione digitale 2021-2022 su www.amaliamarro.it

Prima edizione integrale digitale novembre 2023 Self-published

Nuova edizione digitale 2026 su www.amaliamarro.it

Editor: Gloria Macaluso

Immagine di copertina by Canva.com

 

nota dell’autrice:

Ciao,

questo racconto fa parte di una raccolta, composta da dodici episodi, che arriveranno su questo sito a cadenza mensile;

grazie per averlo letto!

A presto!